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	<title>Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori - Confartigianato Imprese</title>
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	<description>La più rappresentativa organizzazione italiana dell&#039;artigianato e della micro e piccola impresa</description>
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	<title>Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori - Confartigianato Imprese</title>
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		<title>Confartigianato su Il Foglio: &#8220;Il climate change costa all&#8217;Italia 7,5 miliardi l&#8217;anno&#8221;</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/07/confartigianato-su-il-foglio-il-climate-change-costa-allitalia-75-miliardi-lanno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenza Manessi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 05:40:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Notizie 25 Luglio 2026·MEDIA Confartigianato su Il Foglio: &#8220;Il climate change costa all&#8217;Italia 7,5 miliardi l&#8217;anno&#8221; Il cambiamento climatico mette [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2010/12/capitali-in-fuga-litalia-non-e-un-paese-per-imprenditori-2/">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<div class="box-art-meta"><span class="meta-data">6 Dicembre 2010</span></div>
<h1 class="headInModule single_post">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</h1>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. Le micro e piccole imprese artigiane, così, scoprono di avere dei testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano fianco a fianco per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa Ikea impiega in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto, siamo primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’Ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana ha bisogno di 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il Commercio Estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni e che oggi tengono lontane dal nostro Paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Crisi del Golfo, il punto sui prezzi dell’energia</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/07/crisi-del-golfo-il-punto-sui-prezzi-dellenergia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ivan Demenego]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Jul 2026 08:11:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energia]]></category>
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		<category><![CDATA[guerra medio oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Studi 22 Luglio 2026·ENERGIA Crisi del Golfo, il punto sui prezzi dell’energia   L&#8217;andamento dei mercati energetici continua a essere [&#8230;]</p>
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<h1 class="headInModule single_post">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</h1>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. Le micro e piccole imprese artigiane, così, scoprono di avere dei testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano fianco a fianco per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa Ikea impiega in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto, siamo primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’Ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana ha bisogno di 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il Commercio Estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni e che oggi tengono lontane dal nostro Paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Le Confederazioni artigiane: &#8220;No all&#8217;obbligo di accreditare gli stipendi soltanto su conti correnti individuali&#8221;</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/07/le-confederazioni-artigiane-no-allobbligo-di-accreditare-gli-stipendi-soltanto-su-conti-correnti-individuali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenza Manessi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 13:25:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Comunicati Stampa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Comunicati stampa 21 Luglio 2026·LAVORO Le Confederazioni artigiane: &#8220;No all&#8217;obbligo di accreditare gli stipendi soltanto su conti correnti individuali&#8221; No [&#8230;]</p>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. Le micro e piccole imprese artigiane, così, scoprono di avere dei testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano fianco a fianco per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa Ikea impiega in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto, siamo primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’Ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana ha bisogno di 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il Commercio Estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni e che oggi tengono lontane dal nostro Paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Trend made in Italy, pesano i cali in Germania, Medio Oriente e dazi USA nei settori MPI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ivan Demenego]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jul 2026 13:46:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[newsletter_B]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto medio oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Notizie 20 Luglio 2026·EXPORT Trend made in Italy, pesano i cali in Germania, Medio Oriente e dazi USA nei settori [&#8230;]</p>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. Le micro e piccole imprese artigiane, così, scoprono di avere dei testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano fianco a fianco per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa Ikea impiega in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto, siamo primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’Ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana ha bisogno di 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il Commercio Estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni e che oggi tengono lontane dal nostro Paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>#artigianatochecresce &#8211; Artigianato digitale, IA, domanda di energia e competenze nel report di Confartigianato</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/07/artigianatochecresce-artigianato-digitale-ia-domanda-di-energia-e-competenze-nel-report-di-confartigianato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ivan Demenego]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jul 2026 13:13:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artigiana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Notizie 15 Luglio 2026·INNOVAZIONE #artigianatochecresce &#8211; Artigianato digitale, IA, domanda di energia e competenze nel report di Confartigianato Alla fine [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2010/12/capitali-in-fuga-litalia-non-e-un-paese-per-imprenditori-2/">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<div class="box-art-meta"><span class="meta-data">6 Dicembre 2010</span></div>
<h1 class="headInModule single_post">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</h1>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. Le micro e piccole imprese artigiane, così, scoprono di avere dei testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano fianco a fianco per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa Ikea impiega in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto, siamo primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’Ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana ha bisogno di 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il Commercio Estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni e che oggi tengono lontane dal nostro Paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Il Presidente Granelli a &#8216;Il confronto&#8217; (Rai2) sul futuro delle imprese: &#8220;Giovani e artigianato? Avanti, c&#8217;è posto&#8221;</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/07/il-presidente-granelli-a-il-confronto-rai2-sul-futuro-delle-imprese-giovani-e-artigianato-avanti-ce-posto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenza Manessi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 08:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Il confronto]]></category>
		<category><![CDATA[monica setta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Notizie 14 Luglio 2026·MEDIA Il Presidente Granelli a &#8216;Il confronto&#8217; (Rai2) sul futuro delle imprese: &#8220;Giovani e artigianato? Avanti, c&#8217;è [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2010/12/capitali-in-fuga-litalia-non-e-un-paese-per-imprenditori-2/">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<h1 class="headInModule single_post">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</h1>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. Le micro e piccole imprese artigiane, così, scoprono di avere dei testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano fianco a fianco per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa Ikea impiega in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto, siamo primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’Ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana ha bisogno di 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il Commercio Estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni e che oggi tengono lontane dal nostro Paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Gelati: spesa di 1,8 miliardi € intercettata da 9.345 laboratori di gelateria, 2 su 3 artigiani</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/07/gelati-spesa-di-18-miliardi-e-intercettata-da-9-345-laboratori-di-gelateria-2-su-3-artigiani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ivan Demenego]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 06:30:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[alimentazione]]></category>
		<category><![CDATA[gelato artigianale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Studi 14 Luglio 2026·ALIMENTAZIONE Gelati: spesa di 1,8 miliardi € intercettata da 9.345 laboratori di gelateria, 2 su 3 artigiani [&#8230;]</p>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. Le micro e piccole imprese artigiane, così, scoprono di avere dei testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano fianco a fianco per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa Ikea impiega in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto, siamo primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’Ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana ha bisogno di 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il Commercio Estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni e che oggi tengono lontane dal nostro Paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Accordo sulla rappresentanza e crisi di Hormuz: Granelli a Focus Economia (Radio24)</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/07/accordo-sulla-rappresentanza-e-crisi-di-hormuz-granelli-a-focus-economia-radio24/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenza Manessi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 17:42:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto medio oriente]]></category>
		<category><![CDATA[guerra medio oriente]]></category>
		<category><![CDATA[radio24]]></category>
		<category><![CDATA[sebastiano barisoni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Notizie 13 Luglio 2026·MEDIA Accordo sulla rappresentanza e crisi di Hormuz: Granelli a Focus Economia (Radio24) Confartigianato ha sottoscritto l&#8217;accordo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2010/12/capitali-in-fuga-litalia-non-e-un-paese-per-imprenditori-2/">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. Le micro e piccole imprese artigiane, così, scoprono di avere dei testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano fianco a fianco per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa Ikea impiega in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto, siamo primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’Ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana ha bisogno di 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il Commercio Estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni e che oggi tengono lontane dal nostro Paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Accordo su rappresentanza e contrattazione: servono chiarezza su rappresentatività e impegno antidumping</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/07/accordo-su-rappresentanza-e-contrattazione-servono-chiarezza-su-rappresentativita-e-impegno-antidumping/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenza Manessi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2026 16:51:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[contrattazione]]></category>
		<category><![CDATA[rappresentanza imprenditoriale]]></category>
		<category><![CDATA[rappresentatività]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Notizie 10 Luglio 2026·LAVORO Accordo su rappresentanza e contrattazione: servono chiarezza su rappresentatività e impegno antidumping Le principali organizzazioni datoriali [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2010/12/capitali-in-fuga-litalia-non-e-un-paese-per-imprenditori-2/">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. Le micro e piccole imprese artigiane, così, scoprono di avere dei testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano fianco a fianco per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa Ikea impiega in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto, siamo primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’Ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana ha bisogno di 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il Commercio Estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni e che oggi tengono lontane dal nostro Paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Premio Confartigianato Motori: presentata a Monza l&#8217;edizione 2026</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/07/premio-confartigianato-motori-presentata-a-monza-ledizione-2026/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenza Manessi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2026 12:28:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Premio Confatigianato Motori]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Notizie 10 Luglio 2026·MOTORI Premio Confartigianato Motori: presentata a Monza l&#8217;edizione 2026 Si è tenuta il 9 luglio a Monza, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2010/12/capitali-in-fuga-litalia-non-e-un-paese-per-imprenditori-2/">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<h1 class="headInModule single_post">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</h1>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. Le micro e piccole imprese artigiane, così, scoprono di avere dei testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano fianco a fianco per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa Ikea impiega in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto, siamo primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’Ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana ha bisogno di 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il Commercio Estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni e che oggi tengono lontane dal nostro Paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>La sanità del futuro nel nuovo numero di Spirito Artigiano</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/07/la-sanita-del-futuro-nel-nuovo-numero-di-spirito-artigiano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenza Manessi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2026 09:30:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Spirito artigiano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Notizie 10 Luglio 2026·MEDIA La sanità del futuro nel nuovo numero di Spirito Artigiano La salute come bene comune, la [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2010/12/capitali-in-fuga-litalia-non-e-un-paese-per-imprenditori-2/">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<h1 class="headInModule single_post">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</h1>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. Le micro e piccole imprese artigiane, così, scoprono di avere dei testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano fianco a fianco per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa Ikea impiega in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto, siamo primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’Ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana ha bisogno di 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il Commercio Estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni e che oggi tengono lontane dal nostro Paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Imprese e professioni chiedono il “Buono Digitale” per sostenere innovazione e competitività</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/07/imprese-e-professioni-chiedono-il-buono-digitale-per-sostenere-innovazione-e-competitivita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenza Manessi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jul 2026 15:38:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Buono digitale]]></category>
		<category><![CDATA[fabio mereu]]></category>
		<category><![CDATA[voucher digitale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Comunicati stampa 9 Luglio 2026·INNOVAZIONE Imprese e professioni chiedono il “Buono Digitale” per sostenere innovazione e competitività Debutta il Manifesto [&#8230;]</p>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. Le micro e piccole imprese artigiane, così, scoprono di avere dei testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano fianco a fianco per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa Ikea impiega in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto, siamo primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’Ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana ha bisogno di 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il Commercio Estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni e che oggi tengono lontane dal nostro Paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Manifesto per l&#8217;Italia digitale: imprese e istituzioni presentano le proposte per la competitività del Paese</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/07/manifesto-per-litalia-digitale-imprese-e-istituzioni-presentano-le-proposte-per-la-competitivita-del-paese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenza Manessi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Jul 2026 13:37:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Notizie 8 Luglio 2026·INNOVAZIONE Manifesto per l&#8217;Italia digitale: imprese e istituzioni presentano le proposte per la competitività del Paese Confartigianato, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2010/12/capitali-in-fuga-litalia-non-e-un-paese-per-imprenditori-2/">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. Le micro e piccole imprese artigiane, così, scoprono di avere dei testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano fianco a fianco per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa Ikea impiega in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto, siamo primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’Ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana ha bisogno di 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il Commercio Estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni e che oggi tengono lontane dal nostro Paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>&#8216;Artigianale&#8217; non è per tutti: il MIMIT fa chiarezza sulle nuove norme al webinar di Confartigianato</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/07/artigianale-non-e-per-tutti-il-mimit-fa-chiarezza-sulle-nuove-norme-al-webinar-di-confartigianato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenza Manessi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jul 2026 08:30:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Home Page]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[artigianale]]></category>
		<category><![CDATA[legge annuale pmi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Notizie 7 Luglio 2026·MADE IN ITALY &#8216;Artigianale&#8217; non è per tutti: il MIMIT fa chiarezza sulle nuove norme al webinar [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2010/12/capitali-in-fuga-litalia-non-e-un-paese-per-imprenditori-2/">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<h1 class="headInModule single_post">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</h1>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. Le micro e piccole imprese artigiane, così, scoprono di avere dei testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano fianco a fianco per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa Ikea impiega in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto, siamo primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’Ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana ha bisogno di 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il Commercio Estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni e che oggi tengono lontane dal nostro Paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Conti pubblici verso la manovra 2027 nel 38° report congiunturale di Confartigianato</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/07/conti-pubblici-verso-la-manovra-2027-nel-38-report-congiunturale-di-confartigianato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ivan Demenego]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jul 2026 13:30:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[analisi congiunturale]]></category>
		<category><![CDATA[studi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Studi 6 Luglio 2026·CONGIUNTURA Conti pubblici verso la manovra 2027 nel 38° report congiunturale di Confartigianato   Le incertezze sull’evoluzione [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2010/12/capitali-in-fuga-litalia-non-e-un-paese-per-imprenditori-2/">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<h1 class="headInModule single_post">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</h1>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. Le micro e piccole imprese artigiane, così, scoprono di avere dei testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano fianco a fianco per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa Ikea impiega in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto, siamo primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’Ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana ha bisogno di 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il Commercio Estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni e che oggi tengono lontane dal nostro Paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Automotive e meccanica: luci e ombre di una ripresa ancora fragile</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/07/automotive-e-meccanica-luci-e-ombre-di-una-ripresa-ancora-fragile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ivan Demenego]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Jul 2026 11:05:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[automotive]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto medio oriente]]></category>
		<category><![CDATA[guerra medio oriente]]></category>
		<category><![CDATA[meccanica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Studi 2 Luglio 2026·CONGIUNTURA Automotive e meccanica: luci e ombre di una ripresa ancora fragile I comparti dell’automotive e della [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2010/12/capitali-in-fuga-litalia-non-e-un-paese-per-imprenditori-2/">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. Le micro e piccole imprese artigiane, così, scoprono di avere dei testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano fianco a fianco per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa Ikea impiega in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto, siamo primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’Ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana ha bisogno di 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il Commercio Estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni e che oggi tengono lontane dal nostro Paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Internazionalizzazione decisiva per le piccole imprese. Servono strumenti più accessibili</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/07/internazionalizzazione-decisiva-per-le-piccole-imprese-servono-strumenti-piu-accessibili/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenza Manessi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jul 2026 17:51:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Comunicati Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[mimt]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Comunicati stampa 1 Luglio 2026·MERCATI ESTERI Internazionalizzazione decisiva per le piccole imprese. Servono strumenti più accessibili La nuova fase dell’economia [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2010/12/capitali-in-fuga-litalia-non-e-un-paese-per-imprenditori-2/">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<div class="box-art-meta"><span class="meta-data">6 Dicembre 2010</span></div>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. Le micro e piccole imprese artigiane, così, scoprono di avere dei testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano fianco a fianco per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa Ikea impiega in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto, siamo primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’Ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana ha bisogno di 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il Commercio Estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni e che oggi tengono lontane dal nostro Paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Alla Camera presentato il progetto &#8216;Trame di Rinascita&#8217;: formazione e artigianato per le donne vittime di violenza</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/07/alla-camera-presentato-il-progetto-trame-di-rinascita-formazione-e-artigianato-per-le-donne-vittime-di-violenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenza Manessi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jul 2026 14:30:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Notizie 1 Luglio 2026 Alla Camera presentato il progetto &#8216;Trame di Rinascita&#8217;: formazione e artigianato per le donne vittime di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2010/12/capitali-in-fuga-litalia-non-e-un-paese-per-imprenditori-2/">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<div class="box-art-meta"><span class="meta-data">6 Dicembre 2010</span></div>
<h1 class="headInModule single_post">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</h1>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. Le micro e piccole imprese artigiane, così, scoprono di avere dei testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano fianco a fianco per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa Ikea impiega in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto, siamo primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’Ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana ha bisogno di 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il Commercio Estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni e che oggi tengono lontane dal nostro Paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Le incertezze dell’estate 2026 pesano su manifattura e made in Italy. L’analisi su IlSussidiario.net</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/06/le-incertezze-dellestate-2026-pesano-su-manifattura-e-made-in-italy-lanalisi-su-ilsussidiario-net/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ivan Demenego]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jun 2026 10:48:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto medio oriente]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[guerra medio oriente]]></category>
		<category><![CDATA[ILSUSSIDIARIO.NET]]></category>
		<category><![CDATA[rapporto ufficio studi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Studi 30 Giugno 2026·MEDIA Le incertezze dell’estate 2026 pesano su manifattura e made in Italy. L’analisi su IlSussidiario.net L&#8217;estate del [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2010/12/capitali-in-fuga-litalia-non-e-un-paese-per-imprenditori-2/">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<h1 class="headInModule single_post">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</h1>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. Le micro e piccole imprese artigiane, così, scoprono di avere dei testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano fianco a fianco per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa Ikea impiega in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto, siamo primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’Ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana ha bisogno di 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il Commercio Estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni e che oggi tengono lontane dal nostro Paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Al Forum di Confartigianato la sostenibilità è inclusione, equità, adattamento intelligente, motore di business</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenza Manessi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Jun 2026 15:26:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[forum sostenibilità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Notizie 26 Giugno 2026·EVENTI Al Forum di Confartigianato la sostenibilità è inclusione, equità, adattamento intelligente, motore di business La sostenibilità [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2010/12/capitali-in-fuga-litalia-non-e-un-paese-per-imprenditori-2/">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. Le micro e piccole imprese artigiane, così, scoprono di avere dei testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano fianco a fianco per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa Ikea impiega in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto, siamo primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’Ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana ha bisogno di 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il Commercio Estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni e che oggi tengono lontane dal nostro Paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori - Confartigianato Imprese </title>
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		<description>La più rappresentativa organizzazione italiana dell&#039;artigianato e della micro e piccola impresa</description>
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