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	<title>Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori - Confartigianato Imprese</title>
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		<title>Al Forum di Confartigianato la sostenibilità è inclusione, equità, adattamento intelligente, motore di business</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenza Manessi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Jun 2026 15:26:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Notizie 26 Giugno 2026·EVENTI Al Forum di Confartigianato la sostenibilità è inclusione, equità, adattamento intelligente, motore di business La sostenibilità [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2010/11/capitali-in-fuga-litalia-non-e-un-paese-per-imprenditori/">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<div class="box-art-meta"><span class="meta-data">23 Novembre 2010</span></div>
<h1 class="headInModule single_post">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</h1>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. E così, le micro e piccole imprese artigiane scoprono di avere testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano una fianco all’altra per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa si impiegano in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana impiega 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il commercio estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni, ma che oggi tengono lontane dal nostro paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Forum sulla Sostenibilità: il report con le evidenze su territori, persone e innovazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ivan Demenego]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Jun 2026 06:30:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Studi 26 Giugno 2026·EVENTI Forum sulla Sostenibilità: il report con le evidenze su territori, persone e innovazione Nella giornata di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2010/11/capitali-in-fuga-litalia-non-e-un-paese-per-imprenditori/">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<h1 class="headInModule single_post">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</h1>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. E così, le micro e piccole imprese artigiane scoprono di avere testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano una fianco all’altra per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa si impiegano in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana impiega 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il commercio estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni, ma che oggi tengono lontane dal nostro paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Granelli a InBlu2000: “Crisi in Medio Oriente pesa su costi energia, export e investimenti delle Pmi”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenza Manessi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Jun 2026 11:00:40 +0000</pubDate>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. E così, le micro e piccole imprese artigiane scoprono di avere testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano una fianco all’altra per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa si impiegano in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana impiega 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il commercio estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni, ma che oggi tengono lontane dal nostro paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Granelli a &#8216;4 di Sera&#8217; (Rete 4): &#8220;Le crisi geopolitiche presentano il conto alle nostre imprese&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenza Manessi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Jun 2026 11:00:14 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2010/11/capitali-in-fuga-litalia-non-e-un-paese-per-imprenditori/">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. E così, le micro e piccole imprese artigiane scoprono di avere testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano una fianco all’altra per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa si impiegano in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana impiega 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il commercio estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni, ma che oggi tengono lontane dal nostro paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Le incertezze dell’estate 2026 per economia e imprese: il punto nel webinar del 6 luglio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ivan Demenego]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jun 2026 13:25:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Studi 23 Giugno 2026·CONGIUNTURA Le incertezze dell’estate 2026 per economia e imprese: il punto nel webinar del 6 luglio Le [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2010/11/capitali-in-fuga-litalia-non-e-un-paese-per-imprenditori/">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<div class="box-art-meta"><span class="meta-data">23 Novembre 2010</span></div>
<h1 class="headInModule single_post">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</h1>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. E così, le micro e piccole imprese artigiane scoprono di avere testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano una fianco all’altra per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa si impiegano in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana impiega 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il commercio estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni, ma che oggi tengono lontane dal nostro paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Aggregazione in consorzi e reti d&#8217;impresa per conquistare il mercato degli appalti pubblici</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/06/aggregazione-in-consorzi-e-reti-dimpresa-per-conquistare-il-mercato-degli-appalti-pubblici/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenza Manessi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jun 2026 14:11:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
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		<category><![CDATA[Gustavo Piga]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Notizie 18 Giugno 2026 Aggregazione in consorzi e reti d&#8217;impresa per conquistare il mercato degli appalti pubblici Le micro, piccole [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2010/11/capitali-in-fuga-litalia-non-e-un-paese-per-imprenditori/">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<h1 class="headInModule single_post">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</h1>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. E così, le micro e piccole imprese artigiane scoprono di avere testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano una fianco all’altra per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa si impiegano in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana impiega 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il commercio estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni, ma che oggi tengono lontane dal nostro paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Il Forum sulla Sostenibilità di Confartigianato per uno sviluppo inclusivo e a misura d&#8217;uomo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenza Manessi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jun 2026 10:36:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[forum sostenibilità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Notizie 18 Giugno 2026·EVENTI Il Forum sulla Sostenibilità di Confartigianato per uno sviluppo inclusivo e a misura d&#8217;uomo Confartigianato punta [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2010/11/capitali-in-fuga-litalia-non-e-un-paese-per-imprenditori/">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<h1 class="headInModule single_post">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</h1>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. E così, le micro e piccole imprese artigiane scoprono di avere testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano una fianco all’altra per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa si impiegano in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana impiega 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il commercio estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni, ma che oggi tengono lontane dal nostro paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Artigianale sì, ma soltanto se sei artigiano. Utili chiarimenti dal Mimit sulla nuova legge</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenza Manessi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jun 2026 12:11:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Comunicati Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Home Page]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[artigianale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Comunicati stampa 17 Giugno 2026·MADE IN ITALY Artigianale sì, ma soltanto se sei artigiano. Utili chiarimenti dal Mimit sulla nuova [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2010/11/capitali-in-fuga-litalia-non-e-un-paese-per-imprenditori/">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<h1 class="headInModule single_post">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</h1>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. E così, le micro e piccole imprese artigiane scoprono di avere testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano una fianco all’altra per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa si impiegano in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana impiega 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il commercio estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni, ma che oggi tengono lontane dal nostro paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>In vista un accordo per la riapertura di Hormuz. Il conto di oltre cento giorni di crisi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ivan Demenego]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jun 2026 10:57:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto medio oriente]]></category>
		<category><![CDATA[guerra medio oriente]]></category>
		<category><![CDATA[HORMUZ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Notizie 17 Giugno 2026·GUERRA MEDIO ORIENTE In vista un accordo per la riapertura di Hormuz. Il conto di oltre cento [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2010/11/capitali-in-fuga-litalia-non-e-un-paese-per-imprenditori/">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. E così, le micro e piccole imprese artigiane scoprono di avere testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano una fianco all’altra per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa si impiegano in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana impiega 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il commercio estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni, ma che oggi tengono lontane dal nostro paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Dalla crisi del Golfo ai cantieri: le tendenze dell’edilizia nel report di Confartigianato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ivan Demenego]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 13:53:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto medio oriente]]></category>
		<category><![CDATA[guerra medio oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Studi 15 Giugno 2026·COSTRUZIONI Dalla crisi del Golfo ai cantieri: le tendenze dell’edilizia nel report di Confartigianato   A metà [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2010/11/capitali-in-fuga-litalia-non-e-un-paese-per-imprenditori/">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<div class="box-art-meta"><span class="meta-data">23 Novembre 2010</span></div>
<h1 class="headInModule single_post">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</h1>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. E così, le micro e piccole imprese artigiane scoprono di avere testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano una fianco all’altra per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa si impiegano in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana impiega 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il commercio estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni, ma che oggi tengono lontane dal nostro paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Dal Piano per l’Export 40 milioni di euro per le micro e piccole imprese colpite dalla crisi di Hormuz</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/06/dal-piano-per-lexport-40-milioni-di-euro-per-le-micro-e-piccole-imprese-colpite-dalla-crisi-di-hormuz/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenza Manessi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 10:24:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa e Mercati Internazionali]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto medio oriente]]></category>
		<category><![CDATA[guerra medio oriente]]></category>
		<category><![CDATA[HORMUZ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Notizie 15 Giugno 2026·GUERRA MEDIO ORIENTE Dal Piano per l’Export 40 milioni di euro per le micro e piccole imprese [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2010/11/capitali-in-fuga-litalia-non-e-un-paese-per-imprenditori/">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<div class="box-art-meta"><span class="meta-data">23 Novembre 2010</span></div>
<h1 class="headInModule single_post">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</h1>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. E così, le micro e piccole imprese artigiane scoprono di avere testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano una fianco all’altra per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa si impiegano in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana impiega 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il commercio estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni, ma che oggi tengono lontane dal nostro paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Il Presidente Granelli: &#8220;L&#8217;artigianato è motore del turismo diffuso e sostenibile che valorizza il brand Italia&#8221;</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/06/il-presidente-granelli-lartigianato-e-motore-del-turismo-diffuso-e-sostenibile-che-valorizza-il-brand-italia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenza Manessi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Jun 2026 10:15:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Bruno Vespa]]></category>
		<category><![CDATA[forum in masseria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Notizie 14 Giugno 2026·TURISMO Il Presidente Granelli: &#8220;L&#8217;artigianato è motore del turismo diffuso e sostenibile che valorizza il brand Italia&#8221; [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2010/11/capitali-in-fuga-litalia-non-e-un-paese-per-imprenditori/">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. E così, le micro e piccole imprese artigiane scoprono di avere testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano una fianco all’altra per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa si impiegano in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana impiega 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il commercio estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni, ma che oggi tengono lontane dal nostro paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Transizione 5.0: al via le prenotazioni per il nuovo iperammortamento</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/06/transizione-5-0-al-via-le-prenotazioni-per-il-nuovo-iperammortamento/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenza Manessi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2026 17:48:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[iperammortamento]]></category>
		<category><![CDATA[Transizione 5.0]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2010/11/capitali-in-fuga-litalia-non-e-un-paese-per-imprenditori/">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. E così, le micro e piccole imprese artigiane scoprono di avere testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano una fianco all’altra per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa si impiegano in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana impiega 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il commercio estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni, ma che oggi tengono lontane dal nostro paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Lucio Caracciolo (Limes): “Il futuro è nella storia del nostro artigianato e nella cultura profonda dell&#8217;Italia&#8221;</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/06/lucio-caracciolo-limes-il-futuro-e-nella-storia-del-nostro-artigianato-e-nella-cultura-profonda-dellitalia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenza Manessi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2026 12:52:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[limes]]></category>
		<category><![CDATA[lucio caracciolo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Notizie 12 Giugno 2026·EVENTI Lucio Caracciolo (Limes): “Il futuro è nella storia del nostro artigianato e nella cultura profonda dell&#8217;Italia&#8221; [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2010/11/capitali-in-fuga-litalia-non-e-un-paese-per-imprenditori/">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<div class="box-art-meta"><span class="meta-data">23 Novembre 2010</span></div>
<h1 class="headInModule single_post">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</h1>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. E così, le micro e piccole imprese artigiane scoprono di avere testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano una fianco all’altra per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa si impiegano in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana impiega 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il commercio estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni, ma che oggi tengono lontane dal nostro paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Trappole col fiocco e soffitti di cristallo: focus di Spirito artigiano sulla condizione femminile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenza Manessi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2026 09:43:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Spirito artigiano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Notizie 12 Giugno 2026 Trappole col fiocco e soffitti di cristallo: focus di Spirito artigiano sulla condizione femminile Al centro [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2010/11/capitali-in-fuga-litalia-non-e-un-paese-per-imprenditori/">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<div class="box-art-meta"><span class="meta-data">23 Novembre 2010</span></div>
<h1 class="headInModule single_post">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</h1>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. E così, le micro e piccole imprese artigiane scoprono di avere testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano una fianco all’altra per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa si impiegano in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana impiega 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il commercio estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni, ma che oggi tengono lontane dal nostro paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Bassa crescita dell’Italia: i nodi da sciogliere nell’audizione di Confartigianato alla Camera</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ivan Demenego]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2026 06:30:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[audizione Camera]]></category>
		<category><![CDATA[pil]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Studi 12 Giugno 2026·PIL Bassa crescita dell’Italia: i nodi da sciogliere nell’audizione di Confartigianato alla Camera Sulla dinamica del PIL [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2010/11/capitali-in-fuga-litalia-non-e-un-paese-per-imprenditori/">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<h1 class="headInModule single_post">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</h1>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. E così, le micro e piccole imprese artigiane scoprono di avere testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano una fianco all’altra per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa si impiegano in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana impiega 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il commercio estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni, ma che oggi tengono lontane dal nostro paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Con aumento tassi BCE a rischio investimenti delle piccole imprese in transizioni digitale e green</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/06/con-aumento-tassi-bce-a-rischio-investimenti-delle-piccole-imprese-in-transizioni-digitale-e-green/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenza Manessi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 13:22:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Comunicati Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Credito]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[bce]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Comunicati stampa 11 Giugno 2026·CREDITO Con aumento tassi BCE a rischio investimenti delle piccole imprese in transizioni digitale e green [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2010/11/capitali-in-fuga-litalia-non-e-un-paese-per-imprenditori/">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<div class="box-art-meta"><span class="meta-data">23 Novembre 2010</span></div>
<h1 class="headInModule single_post">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</h1>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. E così, le micro e piccole imprese artigiane scoprono di avere testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano una fianco all’altra per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa si impiegano in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana impiega 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il commercio estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni, ma che oggi tengono lontane dal nostro paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Confartigianato e Symbola celebrano l&#8217;artigianato protagonista del futuro del made in Italy tra design, sostenibilità e innovazione</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/06/confartigianato-e-symbola-celebrano-lartigianato-simbolo-del-futuro-del-made-in-italy-tra-design-sostenibilita-e-innovazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenza Manessi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 10:37:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Mantova]]></category>
		<category><![CDATA[symbola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Notizie 11 Giugno 2026·MADE IN ITALY Confartigianato e Symbola celebrano l&#8217;artigianato protagonista del futuro del made in Italy tra design, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2010/11/capitali-in-fuga-litalia-non-e-un-paese-per-imprenditori/">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<div class="box-art-meta"><span class="meta-data">23 Novembre 2010</span></div>
<h1 class="headInModule single_post">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</h1>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. E così, le micro e piccole imprese artigiane scoprono di avere testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano una fianco all’altra per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa si impiegano in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana impiega 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il commercio estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni, ma che oggi tengono lontane dal nostro paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Burocrazia e normativa complessa pesano sulla qualità dei servizi pubblici: Italia al 26° posto in Ue</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/06/burocrazia-e-normativa-complessa-pesano-sulla-qualita-dei-servizi-pubblici-italia-al-26-posto-in-ue/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ivan Demenego]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 06:30:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[burocrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Pubblica amministrazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Studi 10 Giugno 2026·PA Burocrazia e normativa complessa pesano sulla qualità dei servizi pubblici: Italia al 26° posto in Ue [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2010/11/capitali-in-fuga-litalia-non-e-un-paese-per-imprenditori/">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<div class="box-art-meta"><span class="meta-data">23 Novembre 2010</span></div>
<h1 class="headInModule single_post">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</h1>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. E così, le micro e piccole imprese artigiane scoprono di avere testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano una fianco all’altra per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa si impiegano in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana impiega 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il commercio estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni, ma che oggi tengono lontane dal nostro paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Moda, congiuntura ancora debole e i timori per gli investimenti</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/06/moda-congiuntura-ancora-debole-e-i-timori-per-gli-investimenti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ivan Demenego]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 12:11:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[moda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Studi 8 Giugno 2026·MODA Moda, congiuntura ancora debole e i timori per gli investimenti Nel primo trimestre del 2026 la [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2010/11/capitali-in-fuga-litalia-non-e-un-paese-per-imprenditori/">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<div class="box-art-meta"><span class="meta-data">23 Novembre 2010</span></div>
<h1 class="headInModule single_post">Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori</h1>
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<p>Fiat, Ikea e Ryanair sono soltanto tre esempi delle tante multinazionali che periodicamente minacciano di lasciare l’Italia, un paese poco appetibile per gli investimenti, dove è sempre più difficile fare impresa, anche disponendo di ingenti capitali. E così, le micro e piccole imprese artigiane scoprono di avere testimonial inaspettati per le proprie battaglie. Un paradosso tutto italiano, dove multinazionali, grandi e piccole realtà produttive si ritrovano una fianco all’altra per chiedere un paese a misura di imprese. Gli ultimi giorni sono stati un continuo susseguirsi di denunce. Alle ormai note dichiarazioni di Marchionne e del numero uno di Ryanair, la più importante compagnia low cost d’Europa, si è aggiunto l’amministratore delegato di Ikea Italia, che ha minacciato di ritirarsi dal mercato italiano se la situazione non dovesse migliorare. Troppi ostacoli burocratici, troppi gli intoppi creati dagli enti locali. Se in Europa si impiegano in media quattro anni per aprire un punto vendita, in Italia occorre anche il doppio del tempo. Al colosso svedese, ha fatto eco la Banca mondiale, che ha consegnato all’Italia la maglia nera del paese europeo con il più alto prelievo fiscale sulle imprese. Una volta tanto primi in Europa, direbbe qualche cinico, alla faccia della competitività delle nostre imprese, dell’attrattività del nostro paese e di un mercato del lavoro alla disperata ricerca di occupazione. Una situazione drammatica, che le piccole imprese e Confartigianato denunciano da tempo. L’ufficio studi ha calcolato che un’impresa artigiana impiega 334 ore per tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, pari a 42 giorni lavorativi all’anno. Troppo per chi non può disporre degli aiuti concessi alla grande industria. Il Belpaese non riesce più a sostenere le proprie imprese, né tantomeno ad attrarre investimenti esteri. La conferma arriva dall’ICE, l’Istituto per il commercio estero, che nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto che vede l’Italia ancora una volta all’ultimo posto tra i paesi dell’eurozona in grado di attrarre capitali. Una tesi confermata e rilanciata anche della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo. Tra il 2007 ed il 2008, gli investimenti diretti in Italia sono crollati del 57%, facendo scivolare il nostro paese alle spalle di Messico, Nigeria e Turchia. Le cause sono una filastrocca fin troppo nota alle orecchie degli artigiani. Corruzione, scarsa flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, eccessiva pressione fiscale per imprese e lavoratori. Problematiche che Confartigianato denuncia da anni, ma che oggi tengono lontane dal nostro paese quasi la metà delle multinazionali attive nel resto d’Europa. Oltre ad opprimere e soffocare tutte le micro e piccole imprese italiane. Alla faccia della libera impresa in un libero stato.</p>
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		<title>Capitali in fuga, l’Italia non è un paese per imprenditori - Confartigianato Imprese </title>
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		<description>La più rappresentativa organizzazione italiana dell&#039;artigianato e della micro e piccola impresa</description>
		<lastBuildDate>Mon, 22 Nov 2010 23:00:00 +0000</lastBuildDate>
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