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	<title>Sul &#039;made in China&#039; l’Europa al giro di boa - Confartigianato Imprese</title>
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	<description>La più rappresentativa organizzazione italiana dell&#039;artigianato e della micro e piccola impresa</description>
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	<title>Sul &#039;made in China&#039; l’Europa al giro di boa - Confartigianato Imprese</title>
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		<title>Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni all&#8217;Assemblea di Confartigianato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenza Manessi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Oct 2026 14:49:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Notizie 23 Ottobre 2026·EVENTI Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni all&#8217;Assemblea di Confartigianato Si svolge mercoledì 28 ottobre, a Roma, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2007/09/sul-made-in-china-leuropa-al-giro-di-boa/">Sul &#8216;made in China&#8217; l’Europa al giro di boa</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<div class="box-art-meta"><span class="meta-data">28 Settembre 2007</span></div>
<h1 class="headInModule single_post">Sul &#8216;made in China&#8217; l’Europa al giro di boa</h1>
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<p>Se un’azienda italiana esporta i suoi prodotti in Cina, Giappone, Stati Uniti, è obbligata ad apporre il marchio d’origine. Se invece è un’azienda di quei paesi ad esportare in Europa, allora il marchio non serve. Questa in estrema sintesi il cuore del problema alla base del pressing del ministro italiano del Commercio Internazionale e delle Politiche europee Emma Bonino, per accelerare i tempi di approvazione del regolamento comunitario sul marchio d’origine obbligatorio per i prodotti importati in Europa, il cosiddetto “Made-in”, da tempo bloccato sul tavolo del Consiglio dei ministri dei ventisette. Che l’iter di approvazione del regolamento sia fermo da troppo tempo, e che l’azione italiana stia ottenendo ottimi risultati, lo conferma l’Assemblea di Strasburgo che ha sollecitato il Consiglio dell’Unione Europea ad “adottare senza indugio” la proposta di regolamento nell’ambito di una risoluzione sulla sicurezza dei prodotti commercializzati in Europa. “E’ da tempo che siamo impegnati perché l’Europa adotti il nuovo regolamento sul marchio di origine, ovvero l’obbligo di indicazione del paese di produzione per i prodotti importati che appartengono a sette settori merceologici: tessile e abbigliamento, gioielleria, oggetti di ceramica e vetro, scarpe, cuoio, articoli di cuoio e pellicce, mobili e spazzole. Il marchio è uno strumento importante per i consumatori, li aiuta a orientarsi tra i prodotti, a scegliere consapevolmente. Non è assolutamente uno strumento per ‘proteggere’ il mercato dell’Unione Europea, rendendolo impermeabile alle importazioni”. Stefano Acerbi, presidente di Confartigianato Federazione Moda, non nasconde una certa soddisfazione. Il lavoro è stato tanto, e il monito del Parlamento europeo al Consiglio, rimette nuovamente in moto una macchina che rischiava di spegnersi, soprattutto per l’opposizione di diversi paesi dell’Unione, che non condividono gli obiettivi della normativa, con il risultato di un Europa divisa in due sull’adozione dell’etichetta obbligatoria. Palesemente contrari gli stati del nord Europa (Irlanda, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Danimarca, Germania, Lettonia, Estonia, Svezia, Finlandia, nonché Repubblica Ceca, Austria e Slovenia), uno schieramento che rilette l’orientamento dominante nel settore europeo della distribuzione, che teme che i costi di marchiatura alzino i prezzi di vendita dei prodotti extra europei, e di quella parte dell’industria che ricorre alla delocalizzazione della produzione in paesi terzi. Assolutamente favorevoli tutti gli stati del blocco del Mediterraneo ad eccezione di Malta (Italia, Portogallo, Spagna, Francia, Grecia e Cipro). A questi si aggiungono Ungheria, Polonia, Slovacchia e Lituania, mentre Bulgaria, Romania e Malta non hanno ancora fatto sapere la loro posizione. Dal dicembre del 2005, quando la Commissione Europea ha adottato il regolamento, fino a oggi, il fronte del no ha avuto la meglio e non ha consentito la formazione della maggioranza qualificata per sottoporre il “Made-in” all’esame del Consiglio Europeo. Ma adesso le cose sembrano andare in modo diverso. All’Europarlamento è in corso, infatti, una raccolta di firme trasversale a partiti e schieramenti, per una “dichiarazione” scritta che, se firmata dalla metà più uno degli eurodeputati (393), ha lo stesso valore di una risoluzione approvata dal plenum dell’Assemblea di Strasburgo. Il tempo stringe, perché il 13 dicembre scade il termine per sottoscrivere la dichiarazione. All’ultima rilevazione comunicata ne erano state raccolte 176, tra queste la firma del Presidente dell’Assemblea Hans-Gert Poettering.</p>
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		<title>Confartigianato a NetZero Milan 2026: gli ostacoli all’elettrificazione delle piccole imprese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabrizio Cassieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Oct 2026 13:21:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[netzero milan]]></category>
		<category><![CDATA[valentina bagozzi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Notizie 22 Ottobre 2026·ENERGIA Confartigianato a NetZero Milan 2026: gli ostacoli all’elettrificazione delle piccole imprese Lo scorso 20 ottobre, Confartigianato [&#8230;]</p>
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<h1 class="headInModule single_post">Sul &#8216;made in China&#8217; l’Europa al giro di boa</h1>
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<p>Se un’azienda italiana esporta i suoi prodotti in Cina, Giappone, Stati Uniti, è obbligata ad apporre il marchio d’origine. Se invece è un’azienda di quei paesi ad esportare in Europa, allora il marchio non serve. Questa in estrema sintesi il cuore del problema alla base del pressing del ministro italiano del Commercio Internazionale e delle Politiche europee Emma Bonino, per accelerare i tempi di approvazione del regolamento comunitario sul marchio d’origine obbligatorio per i prodotti importati in Europa, il cosiddetto “Made-in”, da tempo bloccato sul tavolo del Consiglio dei ministri dei ventisette. Che l’iter di approvazione del regolamento sia fermo da troppo tempo, e che l’azione italiana stia ottenendo ottimi risultati, lo conferma l’Assemblea di Strasburgo che ha sollecitato il Consiglio dell’Unione Europea ad “adottare senza indugio” la proposta di regolamento nell’ambito di una risoluzione sulla sicurezza dei prodotti commercializzati in Europa. “E’ da tempo che siamo impegnati perché l’Europa adotti il nuovo regolamento sul marchio di origine, ovvero l’obbligo di indicazione del paese di produzione per i prodotti importati che appartengono a sette settori merceologici: tessile e abbigliamento, gioielleria, oggetti di ceramica e vetro, scarpe, cuoio, articoli di cuoio e pellicce, mobili e spazzole. Il marchio è uno strumento importante per i consumatori, li aiuta a orientarsi tra i prodotti, a scegliere consapevolmente. Non è assolutamente uno strumento per ‘proteggere’ il mercato dell’Unione Europea, rendendolo impermeabile alle importazioni”. Stefano Acerbi, presidente di Confartigianato Federazione Moda, non nasconde una certa soddisfazione. Il lavoro è stato tanto, e il monito del Parlamento europeo al Consiglio, rimette nuovamente in moto una macchina che rischiava di spegnersi, soprattutto per l’opposizione di diversi paesi dell’Unione, che non condividono gli obiettivi della normativa, con il risultato di un Europa divisa in due sull’adozione dell’etichetta obbligatoria. Palesemente contrari gli stati del nord Europa (Irlanda, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Danimarca, Germania, Lettonia, Estonia, Svezia, Finlandia, nonché Repubblica Ceca, Austria e Slovenia), uno schieramento che rilette l’orientamento dominante nel settore europeo della distribuzione, che teme che i costi di marchiatura alzino i prezzi di vendita dei prodotti extra europei, e di quella parte dell’industria che ricorre alla delocalizzazione della produzione in paesi terzi. Assolutamente favorevoli tutti gli stati del blocco del Mediterraneo ad eccezione di Malta (Italia, Portogallo, Spagna, Francia, Grecia e Cipro). A questi si aggiungono Ungheria, Polonia, Slovacchia e Lituania, mentre Bulgaria, Romania e Malta non hanno ancora fatto sapere la loro posizione. Dal dicembre del 2005, quando la Commissione Europea ha adottato il regolamento, fino a oggi, il fronte del no ha avuto la meglio e non ha consentito la formazione della maggioranza qualificata per sottoporre il “Made-in” all’esame del Consiglio Europeo. Ma adesso le cose sembrano andare in modo diverso. All’Europarlamento è in corso, infatti, una raccolta di firme trasversale a partiti e schieramenti, per una “dichiarazione” scritta che, se firmata dalla metà più uno degli eurodeputati (393), ha lo stesso valore di una risoluzione approvata dal plenum dell’Assemblea di Strasburgo. Il tempo stringe, perché il 13 dicembre scade il termine per sottoscrivere la dichiarazione. All’ultima rilevazione comunicata ne erano state raccolte 176, tra queste la firma del Presidente dell’Assemblea Hans-Gert Poettering.</p>
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		<title>Il 24 ottobre Linea Verde Start ad Ancona con i valori artigiani che costruiscono il futuro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ivan Demenego]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Oct 2026 08:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Home Page]]></category>
		<category><![CDATA[newsletter_A]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[linea verde start]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Notizie 21 Ottobre 2026·MEDIA Il 24 ottobre Linea Verde Start ad Ancona con i valori artigiani che costruiscono il futuro [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2007/09/sul-made-in-china-leuropa-al-giro-di-boa/">Sul &#8216;made in China&#8217; l’Europa al giro di boa</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<div class="box-art-meta"><span class="meta-data">28 Settembre 2007</span></div>
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<p>Se un’azienda italiana esporta i suoi prodotti in Cina, Giappone, Stati Uniti, è obbligata ad apporre il marchio d’origine. Se invece è un’azienda di quei paesi ad esportare in Europa, allora il marchio non serve. Questa in estrema sintesi il cuore del problema alla base del pressing del ministro italiano del Commercio Internazionale e delle Politiche europee Emma Bonino, per accelerare i tempi di approvazione del regolamento comunitario sul marchio d’origine obbligatorio per i prodotti importati in Europa, il cosiddetto “Made-in”, da tempo bloccato sul tavolo del Consiglio dei ministri dei ventisette. Che l’iter di approvazione del regolamento sia fermo da troppo tempo, e che l’azione italiana stia ottenendo ottimi risultati, lo conferma l’Assemblea di Strasburgo che ha sollecitato il Consiglio dell’Unione Europea ad “adottare senza indugio” la proposta di regolamento nell’ambito di una risoluzione sulla sicurezza dei prodotti commercializzati in Europa. “E’ da tempo che siamo impegnati perché l’Europa adotti il nuovo regolamento sul marchio di origine, ovvero l’obbligo di indicazione del paese di produzione per i prodotti importati che appartengono a sette settori merceologici: tessile e abbigliamento, gioielleria, oggetti di ceramica e vetro, scarpe, cuoio, articoli di cuoio e pellicce, mobili e spazzole. Il marchio è uno strumento importante per i consumatori, li aiuta a orientarsi tra i prodotti, a scegliere consapevolmente. Non è assolutamente uno strumento per ‘proteggere’ il mercato dell’Unione Europea, rendendolo impermeabile alle importazioni”. Stefano Acerbi, presidente di Confartigianato Federazione Moda, non nasconde una certa soddisfazione. Il lavoro è stato tanto, e il monito del Parlamento europeo al Consiglio, rimette nuovamente in moto una macchina che rischiava di spegnersi, soprattutto per l’opposizione di diversi paesi dell’Unione, che non condividono gli obiettivi della normativa, con il risultato di un Europa divisa in due sull’adozione dell’etichetta obbligatoria. Palesemente contrari gli stati del nord Europa (Irlanda, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Danimarca, Germania, Lettonia, Estonia, Svezia, Finlandia, nonché Repubblica Ceca, Austria e Slovenia), uno schieramento che rilette l’orientamento dominante nel settore europeo della distribuzione, che teme che i costi di marchiatura alzino i prezzi di vendita dei prodotti extra europei, e di quella parte dell’industria che ricorre alla delocalizzazione della produzione in paesi terzi. Assolutamente favorevoli tutti gli stati del blocco del Mediterraneo ad eccezione di Malta (Italia, Portogallo, Spagna, Francia, Grecia e Cipro). A questi si aggiungono Ungheria, Polonia, Slovacchia e Lituania, mentre Bulgaria, Romania e Malta non hanno ancora fatto sapere la loro posizione. Dal dicembre del 2005, quando la Commissione Europea ha adottato il regolamento, fino a oggi, il fronte del no ha avuto la meglio e non ha consentito la formazione della maggioranza qualificata per sottoporre il “Made-in” all’esame del Consiglio Europeo. Ma adesso le cose sembrano andare in modo diverso. All’Europarlamento è in corso, infatti, una raccolta di firme trasversale a partiti e schieramenti, per una “dichiarazione” scritta che, se firmata dalla metà più uno degli eurodeputati (393), ha lo stesso valore di una risoluzione approvata dal plenum dell’Assemblea di Strasburgo. Il tempo stringe, perché il 13 dicembre scade il termine per sottoscrivere la dichiarazione. All’ultima rilevazione comunicata ne erano state raccolte 176, tra queste la firma del Presidente dell’Assemblea Hans-Gert Poettering.</p>
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		<title>Spread del 23% del costo dell&#8217;energia elettrica per una piccola impresa manifatturiera italiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ivan Demenego]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Oct 2026 07:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Home Page]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[costo energia]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Studi 21 Ottobre 2026·ENERGIA Spread del 23% del costo dell&#8217;energia elettrica per una piccola impresa manifatturiera italiana  Dal 19 al [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2007/09/sul-made-in-china-leuropa-al-giro-di-boa/">Sul &#8216;made in China&#8217; l’Europa al giro di boa</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<p>Se un’azienda italiana esporta i suoi prodotti in Cina, Giappone, Stati Uniti, è obbligata ad apporre il marchio d’origine. Se invece è un’azienda di quei paesi ad esportare in Europa, allora il marchio non serve. Questa in estrema sintesi il cuore del problema alla base del pressing del ministro italiano del Commercio Internazionale e delle Politiche europee Emma Bonino, per accelerare i tempi di approvazione del regolamento comunitario sul marchio d’origine obbligatorio per i prodotti importati in Europa, il cosiddetto “Made-in”, da tempo bloccato sul tavolo del Consiglio dei ministri dei ventisette. Che l’iter di approvazione del regolamento sia fermo da troppo tempo, e che l’azione italiana stia ottenendo ottimi risultati, lo conferma l’Assemblea di Strasburgo che ha sollecitato il Consiglio dell’Unione Europea ad “adottare senza indugio” la proposta di regolamento nell’ambito di una risoluzione sulla sicurezza dei prodotti commercializzati in Europa. “E’ da tempo che siamo impegnati perché l’Europa adotti il nuovo regolamento sul marchio di origine, ovvero l’obbligo di indicazione del paese di produzione per i prodotti importati che appartengono a sette settori merceologici: tessile e abbigliamento, gioielleria, oggetti di ceramica e vetro, scarpe, cuoio, articoli di cuoio e pellicce, mobili e spazzole. Il marchio è uno strumento importante per i consumatori, li aiuta a orientarsi tra i prodotti, a scegliere consapevolmente. Non è assolutamente uno strumento per ‘proteggere’ il mercato dell’Unione Europea, rendendolo impermeabile alle importazioni”. Stefano Acerbi, presidente di Confartigianato Federazione Moda, non nasconde una certa soddisfazione. Il lavoro è stato tanto, e il monito del Parlamento europeo al Consiglio, rimette nuovamente in moto una macchina che rischiava di spegnersi, soprattutto per l’opposizione di diversi paesi dell’Unione, che non condividono gli obiettivi della normativa, con il risultato di un Europa divisa in due sull’adozione dell’etichetta obbligatoria. Palesemente contrari gli stati del nord Europa (Irlanda, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Danimarca, Germania, Lettonia, Estonia, Svezia, Finlandia, nonché Repubblica Ceca, Austria e Slovenia), uno schieramento che rilette l’orientamento dominante nel settore europeo della distribuzione, che teme che i costi di marchiatura alzino i prezzi di vendita dei prodotti extra europei, e di quella parte dell’industria che ricorre alla delocalizzazione della produzione in paesi terzi. Assolutamente favorevoli tutti gli stati del blocco del Mediterraneo ad eccezione di Malta (Italia, Portogallo, Spagna, Francia, Grecia e Cipro). A questi si aggiungono Ungheria, Polonia, Slovacchia e Lituania, mentre Bulgaria, Romania e Malta non hanno ancora fatto sapere la loro posizione. Dal dicembre del 2005, quando la Commissione Europea ha adottato il regolamento, fino a oggi, il fronte del no ha avuto la meglio e non ha consentito la formazione della maggioranza qualificata per sottoporre il “Made-in” all’esame del Consiglio Europeo. Ma adesso le cose sembrano andare in modo diverso. All’Europarlamento è in corso, infatti, una raccolta di firme trasversale a partiti e schieramenti, per una “dichiarazione” scritta che, se firmata dalla metà più uno degli eurodeputati (393), ha lo stesso valore di una risoluzione approvata dal plenum dell’Assemblea di Strasburgo. Il tempo stringe, perché il 13 dicembre scade il termine per sottoscrivere la dichiarazione. All’ultima rilevazione comunicata ne erano state raccolte 176, tra queste la firma del Presidente dell’Assemblea Hans-Gert Poettering.</p>
<div class="synved-social-container synved-social-container-follow" style="text-align: left"><a class="synved-social-button synved-social-button-follow synved-social-size-32 synved-social-resolution-single synved-social-provider-rss nolightbox" data-provider="rss" target="_blank" rel="nofollow" title="Subscribe to our RSS Feed" href="http://feeds.feedburner.com/Confartigianato" style="font-size: 0px;width:32px;height:32px;margin:0;margin-bottom:5px"><img decoding="async" alt="rss" title="Subscribe to our RSS Feed" class="synved-share-image synved-social-image synved-social-image-follow" width="32" height="32" style="display: inline;width:32px;height:32px;margin: 0;padding: 0;border: none;box-shadow: none" src="https://www.confartigianato.it/core/modules/d527b5e8d0/synved-social/image/social/regular/64x64/rss.png" /></a></div><p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2007/09/sul-made-in-china-leuropa-al-giro-di-boa/">Sul &#8216;made in China&#8217; l’Europa al giro di boa</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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		<title>&#8220;Percorsi Accoglienti&#8221;, le botteghe che raccontano l’Italia e fanno rete con il territorio</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/10/percorsi-accoglienti-le-botteghe-che-raccontano-litalia-e-fanno-rete-con-il-territorio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fabrizio Cassieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Oct 2026 14:35:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Ancos Aps]]></category>
		<category><![CDATA[percorsi accoglienti]]></category>
		<category><![CDATA[turismo]]></category>
		<category><![CDATA[turismo esperienziale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Notizie 20 Ottobre 2026·TURISMO &#8220;Percorsi Accoglienti&#8221;, le botteghe che raccontano l’Italia e fanno rete con il territorio C’è un’Italia che [&#8230;]</p>
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<div class="box-art-meta"><span class="meta-data">28 Settembre 2007</span></div>
<h1 class="headInModule single_post">Sul &#8216;made in China&#8217; l’Europa al giro di boa</h1>
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<p>Se un’azienda italiana esporta i suoi prodotti in Cina, Giappone, Stati Uniti, è obbligata ad apporre il marchio d’origine. Se invece è un’azienda di quei paesi ad esportare in Europa, allora il marchio non serve. Questa in estrema sintesi il cuore del problema alla base del pressing del ministro italiano del Commercio Internazionale e delle Politiche europee Emma Bonino, per accelerare i tempi di approvazione del regolamento comunitario sul marchio d’origine obbligatorio per i prodotti importati in Europa, il cosiddetto “Made-in”, da tempo bloccato sul tavolo del Consiglio dei ministri dei ventisette. Che l’iter di approvazione del regolamento sia fermo da troppo tempo, e che l’azione italiana stia ottenendo ottimi risultati, lo conferma l’Assemblea di Strasburgo che ha sollecitato il Consiglio dell’Unione Europea ad “adottare senza indugio” la proposta di regolamento nell’ambito di una risoluzione sulla sicurezza dei prodotti commercializzati in Europa. “E’ da tempo che siamo impegnati perché l’Europa adotti il nuovo regolamento sul marchio di origine, ovvero l’obbligo di indicazione del paese di produzione per i prodotti importati che appartengono a sette settori merceologici: tessile e abbigliamento, gioielleria, oggetti di ceramica e vetro, scarpe, cuoio, articoli di cuoio e pellicce, mobili e spazzole. Il marchio è uno strumento importante per i consumatori, li aiuta a orientarsi tra i prodotti, a scegliere consapevolmente. Non è assolutamente uno strumento per ‘proteggere’ il mercato dell’Unione Europea, rendendolo impermeabile alle importazioni”. Stefano Acerbi, presidente di Confartigianato Federazione Moda, non nasconde una certa soddisfazione. Il lavoro è stato tanto, e il monito del Parlamento europeo al Consiglio, rimette nuovamente in moto una macchina che rischiava di spegnersi, soprattutto per l’opposizione di diversi paesi dell’Unione, che non condividono gli obiettivi della normativa, con il risultato di un Europa divisa in due sull’adozione dell’etichetta obbligatoria. Palesemente contrari gli stati del nord Europa (Irlanda, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Danimarca, Germania, Lettonia, Estonia, Svezia, Finlandia, nonché Repubblica Ceca, Austria e Slovenia), uno schieramento che rilette l’orientamento dominante nel settore europeo della distribuzione, che teme che i costi di marchiatura alzino i prezzi di vendita dei prodotti extra europei, e di quella parte dell’industria che ricorre alla delocalizzazione della produzione in paesi terzi. Assolutamente favorevoli tutti gli stati del blocco del Mediterraneo ad eccezione di Malta (Italia, Portogallo, Spagna, Francia, Grecia e Cipro). A questi si aggiungono Ungheria, Polonia, Slovacchia e Lituania, mentre Bulgaria, Romania e Malta non hanno ancora fatto sapere la loro posizione. Dal dicembre del 2005, quando la Commissione Europea ha adottato il regolamento, fino a oggi, il fronte del no ha avuto la meglio e non ha consentito la formazione della maggioranza qualificata per sottoporre il “Made-in” all’esame del Consiglio Europeo. Ma adesso le cose sembrano andare in modo diverso. All’Europarlamento è in corso, infatti, una raccolta di firme trasversale a partiti e schieramenti, per una “dichiarazione” scritta che, se firmata dalla metà più uno degli eurodeputati (393), ha lo stesso valore di una risoluzione approvata dal plenum dell’Assemblea di Strasburgo. Il tempo stringe, perché il 13 dicembre scade il termine per sottoscrivere la dichiarazione. All’ultima rilevazione comunicata ne erano state raccolte 176, tra queste la firma del Presidente dell’Assemblea Hans-Gert Poettering.</p>
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		<title>Confartigianato al TTG di Rimini: l’artigianato al centro del turismo esperienziale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenza Manessi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Oct 2026 13:40:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Home Page]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[ttg travel experience]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Notizie 17 Ottobre 2026·TURISMO Confartigianato al TTG di Rimini: l’artigianato al centro del turismo esperienziale Mettere al centro le persone, [&#8230;]</p>
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<p>Se un’azienda italiana esporta i suoi prodotti in Cina, Giappone, Stati Uniti, è obbligata ad apporre il marchio d’origine. Se invece è un’azienda di quei paesi ad esportare in Europa, allora il marchio non serve. Questa in estrema sintesi il cuore del problema alla base del pressing del ministro italiano del Commercio Internazionale e delle Politiche europee Emma Bonino, per accelerare i tempi di approvazione del regolamento comunitario sul marchio d’origine obbligatorio per i prodotti importati in Europa, il cosiddetto “Made-in”, da tempo bloccato sul tavolo del Consiglio dei ministri dei ventisette. Che l’iter di approvazione del regolamento sia fermo da troppo tempo, e che l’azione italiana stia ottenendo ottimi risultati, lo conferma l’Assemblea di Strasburgo che ha sollecitato il Consiglio dell’Unione Europea ad “adottare senza indugio” la proposta di regolamento nell’ambito di una risoluzione sulla sicurezza dei prodotti commercializzati in Europa. “E’ da tempo che siamo impegnati perché l’Europa adotti il nuovo regolamento sul marchio di origine, ovvero l’obbligo di indicazione del paese di produzione per i prodotti importati che appartengono a sette settori merceologici: tessile e abbigliamento, gioielleria, oggetti di ceramica e vetro, scarpe, cuoio, articoli di cuoio e pellicce, mobili e spazzole. Il marchio è uno strumento importante per i consumatori, li aiuta a orientarsi tra i prodotti, a scegliere consapevolmente. Non è assolutamente uno strumento per ‘proteggere’ il mercato dell’Unione Europea, rendendolo impermeabile alle importazioni”. Stefano Acerbi, presidente di Confartigianato Federazione Moda, non nasconde una certa soddisfazione. Il lavoro è stato tanto, e il monito del Parlamento europeo al Consiglio, rimette nuovamente in moto una macchina che rischiava di spegnersi, soprattutto per l’opposizione di diversi paesi dell’Unione, che non condividono gli obiettivi della normativa, con il risultato di un Europa divisa in due sull’adozione dell’etichetta obbligatoria. Palesemente contrari gli stati del nord Europa (Irlanda, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Danimarca, Germania, Lettonia, Estonia, Svezia, Finlandia, nonché Repubblica Ceca, Austria e Slovenia), uno schieramento che rilette l’orientamento dominante nel settore europeo della distribuzione, che teme che i costi di marchiatura alzino i prezzi di vendita dei prodotti extra europei, e di quella parte dell’industria che ricorre alla delocalizzazione della produzione in paesi terzi. Assolutamente favorevoli tutti gli stati del blocco del Mediterraneo ad eccezione di Malta (Italia, Portogallo, Spagna, Francia, Grecia e Cipro). A questi si aggiungono Ungheria, Polonia, Slovacchia e Lituania, mentre Bulgaria, Romania e Malta non hanno ancora fatto sapere la loro posizione. Dal dicembre del 2005, quando la Commissione Europea ha adottato il regolamento, fino a oggi, il fronte del no ha avuto la meglio e non ha consentito la formazione della maggioranza qualificata per sottoporre il “Made-in” all’esame del Consiglio Europeo. Ma adesso le cose sembrano andare in modo diverso. All’Europarlamento è in corso, infatti, una raccolta di firme trasversale a partiti e schieramenti, per una “dichiarazione” scritta che, se firmata dalla metà più uno degli eurodeputati (393), ha lo stesso valore di una risoluzione approvata dal plenum dell’Assemblea di Strasburgo. Il tempo stringe, perché il 13 dicembre scade il termine per sottoscrivere la dichiarazione. All’ultima rilevazione comunicata ne erano state raccolte 176, tra queste la firma del Presidente dell’Assemblea Hans-Gert Poettering.</p>
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		<title>Energia e sostenibilità: al via la Settimana di Confartigianato con eventi in tutta Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenza Manessi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Oct 2026 06:09:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Home Page]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Il Foglio]]></category>
		<category><![CDATA[settimana energia 2026]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Notizie 17 Ottobre 2026·SETTIMANA ENERGIA Energia e sostenibilità: al via la Settimana di Confartigianato con eventi in tutta Italia Oggi [&#8230;]</p>
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<p>Se un’azienda italiana esporta i suoi prodotti in Cina, Giappone, Stati Uniti, è obbligata ad apporre il marchio d’origine. Se invece è un’azienda di quei paesi ad esportare in Europa, allora il marchio non serve. Questa in estrema sintesi il cuore del problema alla base del pressing del ministro italiano del Commercio Internazionale e delle Politiche europee Emma Bonino, per accelerare i tempi di approvazione del regolamento comunitario sul marchio d’origine obbligatorio per i prodotti importati in Europa, il cosiddetto “Made-in”, da tempo bloccato sul tavolo del Consiglio dei ministri dei ventisette. Che l’iter di approvazione del regolamento sia fermo da troppo tempo, e che l’azione italiana stia ottenendo ottimi risultati, lo conferma l’Assemblea di Strasburgo che ha sollecitato il Consiglio dell’Unione Europea ad “adottare senza indugio” la proposta di regolamento nell’ambito di una risoluzione sulla sicurezza dei prodotti commercializzati in Europa. “E’ da tempo che siamo impegnati perché l’Europa adotti il nuovo regolamento sul marchio di origine, ovvero l’obbligo di indicazione del paese di produzione per i prodotti importati che appartengono a sette settori merceologici: tessile e abbigliamento, gioielleria, oggetti di ceramica e vetro, scarpe, cuoio, articoli di cuoio e pellicce, mobili e spazzole. Il marchio è uno strumento importante per i consumatori, li aiuta a orientarsi tra i prodotti, a scegliere consapevolmente. Non è assolutamente uno strumento per ‘proteggere’ il mercato dell’Unione Europea, rendendolo impermeabile alle importazioni”. Stefano Acerbi, presidente di Confartigianato Federazione Moda, non nasconde una certa soddisfazione. Il lavoro è stato tanto, e il monito del Parlamento europeo al Consiglio, rimette nuovamente in moto una macchina che rischiava di spegnersi, soprattutto per l’opposizione di diversi paesi dell’Unione, che non condividono gli obiettivi della normativa, con il risultato di un Europa divisa in due sull’adozione dell’etichetta obbligatoria. Palesemente contrari gli stati del nord Europa (Irlanda, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Danimarca, Germania, Lettonia, Estonia, Svezia, Finlandia, nonché Repubblica Ceca, Austria e Slovenia), uno schieramento che rilette l’orientamento dominante nel settore europeo della distribuzione, che teme che i costi di marchiatura alzino i prezzi di vendita dei prodotti extra europei, e di quella parte dell’industria che ricorre alla delocalizzazione della produzione in paesi terzi. Assolutamente favorevoli tutti gli stati del blocco del Mediterraneo ad eccezione di Malta (Italia, Portogallo, Spagna, Francia, Grecia e Cipro). A questi si aggiungono Ungheria, Polonia, Slovacchia e Lituania, mentre Bulgaria, Romania e Malta non hanno ancora fatto sapere la loro posizione. Dal dicembre del 2005, quando la Commissione Europea ha adottato il regolamento, fino a oggi, il fronte del no ha avuto la meglio e non ha consentito la formazione della maggioranza qualificata per sottoporre il “Made-in” all’esame del Consiglio Europeo. Ma adesso le cose sembrano andare in modo diverso. All’Europarlamento è in corso, infatti, una raccolta di firme trasversale a partiti e schieramenti, per una “dichiarazione” scritta che, se firmata dalla metà più uno degli eurodeputati (393), ha lo stesso valore di una risoluzione approvata dal plenum dell’Assemblea di Strasburgo. Il tempo stringe, perché il 13 dicembre scade il termine per sottoscrivere la dichiarazione. All’ultima rilevazione comunicata ne erano state raccolte 176, tra queste la firma del Presidente dell’Assemblea Hans-Gert Poettering.</p>
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		<title>Innovazione in crescita, soprattutto nelle piccole imprese. Il report dell’Istat</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ivan Demenego]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Oct 2026 08:39:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[innovazione tecnologica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Studi 15 Ottobre 2026·INNOVAZIONE Innovazione in crescita, soprattutto nelle piccole imprese. Il report dell’Istat Secondo l’Istat, nel recente report “L’innovazione [&#8230;]</p>
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<p>Se un’azienda italiana esporta i suoi prodotti in Cina, Giappone, Stati Uniti, è obbligata ad apporre il marchio d’origine. Se invece è un’azienda di quei paesi ad esportare in Europa, allora il marchio non serve. Questa in estrema sintesi il cuore del problema alla base del pressing del ministro italiano del Commercio Internazionale e delle Politiche europee Emma Bonino, per accelerare i tempi di approvazione del regolamento comunitario sul marchio d’origine obbligatorio per i prodotti importati in Europa, il cosiddetto “Made-in”, da tempo bloccato sul tavolo del Consiglio dei ministri dei ventisette. Che l’iter di approvazione del regolamento sia fermo da troppo tempo, e che l’azione italiana stia ottenendo ottimi risultati, lo conferma l’Assemblea di Strasburgo che ha sollecitato il Consiglio dell’Unione Europea ad “adottare senza indugio” la proposta di regolamento nell’ambito di una risoluzione sulla sicurezza dei prodotti commercializzati in Europa. “E’ da tempo che siamo impegnati perché l’Europa adotti il nuovo regolamento sul marchio di origine, ovvero l’obbligo di indicazione del paese di produzione per i prodotti importati che appartengono a sette settori merceologici: tessile e abbigliamento, gioielleria, oggetti di ceramica e vetro, scarpe, cuoio, articoli di cuoio e pellicce, mobili e spazzole. Il marchio è uno strumento importante per i consumatori, li aiuta a orientarsi tra i prodotti, a scegliere consapevolmente. Non è assolutamente uno strumento per ‘proteggere’ il mercato dell’Unione Europea, rendendolo impermeabile alle importazioni”. Stefano Acerbi, presidente di Confartigianato Federazione Moda, non nasconde una certa soddisfazione. Il lavoro è stato tanto, e il monito del Parlamento europeo al Consiglio, rimette nuovamente in moto una macchina che rischiava di spegnersi, soprattutto per l’opposizione di diversi paesi dell’Unione, che non condividono gli obiettivi della normativa, con il risultato di un Europa divisa in due sull’adozione dell’etichetta obbligatoria. Palesemente contrari gli stati del nord Europa (Irlanda, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Danimarca, Germania, Lettonia, Estonia, Svezia, Finlandia, nonché Repubblica Ceca, Austria e Slovenia), uno schieramento che rilette l’orientamento dominante nel settore europeo della distribuzione, che teme che i costi di marchiatura alzino i prezzi di vendita dei prodotti extra europei, e di quella parte dell’industria che ricorre alla delocalizzazione della produzione in paesi terzi. Assolutamente favorevoli tutti gli stati del blocco del Mediterraneo ad eccezione di Malta (Italia, Portogallo, Spagna, Francia, Grecia e Cipro). A questi si aggiungono Ungheria, Polonia, Slovacchia e Lituania, mentre Bulgaria, Romania e Malta non hanno ancora fatto sapere la loro posizione. Dal dicembre del 2005, quando la Commissione Europea ha adottato il regolamento, fino a oggi, il fronte del no ha avuto la meglio e non ha consentito la formazione della maggioranza qualificata per sottoporre il “Made-in” all’esame del Consiglio Europeo. Ma adesso le cose sembrano andare in modo diverso. All’Europarlamento è in corso, infatti, una raccolta di firme trasversale a partiti e schieramenti, per una “dichiarazione” scritta che, se firmata dalla metà più uno degli eurodeputati (393), ha lo stesso valore di una risoluzione approvata dal plenum dell’Assemblea di Strasburgo. Il tempo stringe, perché il 13 dicembre scade il termine per sottoscrivere la dichiarazione. All’ultima rilevazione comunicata ne erano state raccolte 176, tra queste la firma del Presidente dell’Assemblea Hans-Gert Poettering.</p>
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		<title>La giornalista Maria Latella a Confartigianato: «Riprendiamoci l’orgoglio del Made in Italy»</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/10/la-giornalista-maria-latella-a-confartigianato-riprendiamoci-lorgoglio-del-made-in-italy/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenza Manessi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Oct 2026 15:21:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Mellone]]></category>
		<category><![CDATA[maria latella]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Notizie 14 Ottobre 2026·EVENTI La giornalista Maria Latella a Confartigianato: «Riprendiamoci l’orgoglio del Made in Italy» Valorizzare il saper fare [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2007/09/sul-made-in-china-leuropa-al-giro-di-boa/">Sul &#8216;made in China&#8217; l’Europa al giro di boa</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<div class="box-art-meta"><span class="meta-data">28 Settembre 2007</span></div>
<h1 class="headInModule single_post">Sul &#8216;made in China&#8217; l’Europa al giro di boa</h1>
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<p>Se un’azienda italiana esporta i suoi prodotti in Cina, Giappone, Stati Uniti, è obbligata ad apporre il marchio d’origine. Se invece è un’azienda di quei paesi ad esportare in Europa, allora il marchio non serve. Questa in estrema sintesi il cuore del problema alla base del pressing del ministro italiano del Commercio Internazionale e delle Politiche europee Emma Bonino, per accelerare i tempi di approvazione del regolamento comunitario sul marchio d’origine obbligatorio per i prodotti importati in Europa, il cosiddetto “Made-in”, da tempo bloccato sul tavolo del Consiglio dei ministri dei ventisette. Che l’iter di approvazione del regolamento sia fermo da troppo tempo, e che l’azione italiana stia ottenendo ottimi risultati, lo conferma l’Assemblea di Strasburgo che ha sollecitato il Consiglio dell’Unione Europea ad “adottare senza indugio” la proposta di regolamento nell’ambito di una risoluzione sulla sicurezza dei prodotti commercializzati in Europa. “E’ da tempo che siamo impegnati perché l’Europa adotti il nuovo regolamento sul marchio di origine, ovvero l’obbligo di indicazione del paese di produzione per i prodotti importati che appartengono a sette settori merceologici: tessile e abbigliamento, gioielleria, oggetti di ceramica e vetro, scarpe, cuoio, articoli di cuoio e pellicce, mobili e spazzole. Il marchio è uno strumento importante per i consumatori, li aiuta a orientarsi tra i prodotti, a scegliere consapevolmente. Non è assolutamente uno strumento per ‘proteggere’ il mercato dell’Unione Europea, rendendolo impermeabile alle importazioni”. Stefano Acerbi, presidente di Confartigianato Federazione Moda, non nasconde una certa soddisfazione. Il lavoro è stato tanto, e il monito del Parlamento europeo al Consiglio, rimette nuovamente in moto una macchina che rischiava di spegnersi, soprattutto per l’opposizione di diversi paesi dell’Unione, che non condividono gli obiettivi della normativa, con il risultato di un Europa divisa in due sull’adozione dell’etichetta obbligatoria. Palesemente contrari gli stati del nord Europa (Irlanda, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Danimarca, Germania, Lettonia, Estonia, Svezia, Finlandia, nonché Repubblica Ceca, Austria e Slovenia), uno schieramento che rilette l’orientamento dominante nel settore europeo della distribuzione, che teme che i costi di marchiatura alzino i prezzi di vendita dei prodotti extra europei, e di quella parte dell’industria che ricorre alla delocalizzazione della produzione in paesi terzi. Assolutamente favorevoli tutti gli stati del blocco del Mediterraneo ad eccezione di Malta (Italia, Portogallo, Spagna, Francia, Grecia e Cipro). A questi si aggiungono Ungheria, Polonia, Slovacchia e Lituania, mentre Bulgaria, Romania e Malta non hanno ancora fatto sapere la loro posizione. Dal dicembre del 2005, quando la Commissione Europea ha adottato il regolamento, fino a oggi, il fronte del no ha avuto la meglio e non ha consentito la formazione della maggioranza qualificata per sottoporre il “Made-in” all’esame del Consiglio Europeo. Ma adesso le cose sembrano andare in modo diverso. All’Europarlamento è in corso, infatti, una raccolta di firme trasversale a partiti e schieramenti, per una “dichiarazione” scritta che, se firmata dalla metà più uno degli eurodeputati (393), ha lo stesso valore di una risoluzione approvata dal plenum dell’Assemblea di Strasburgo. Il tempo stringe, perché il 13 dicembre scade il termine per sottoscrivere la dichiarazione. All’ultima rilevazione comunicata ne erano state raccolte 176, tra queste la firma del Presidente dell’Assemblea Hans-Gert Poettering.</p>
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		<title>A Milano, scuola e impresa affollano il teatro Strehler per &#8220;Seize the change. Futuri sostenibili&#8221;</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/10/a-milano-scuola-e-impresa-affollano-il-teatro-strehler-per-seize-the-change-futuri-sostenibili/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fabrizio Cassieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Oct 2026 13:28:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[seize the change]]></category>
		<category><![CDATA[settimana energia 2026]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Notizie 13 Ottobre 2026·SETTIMANA ENERGIA A Milano, scuola e impresa affollano il teatro Strehler per &#8220;Seize the change. Futuri sostenibili&#8221; [&#8230;]</p>
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<div class="box-art-meta"><span class="meta-data">28 Settembre 2007</span></div>
<h1 class="headInModule single_post">Sul &#8216;made in China&#8217; l’Europa al giro di boa</h1>
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<p>Se un’azienda italiana esporta i suoi prodotti in Cina, Giappone, Stati Uniti, è obbligata ad apporre il marchio d’origine. Se invece è un’azienda di quei paesi ad esportare in Europa, allora il marchio non serve. Questa in estrema sintesi il cuore del problema alla base del pressing del ministro italiano del Commercio Internazionale e delle Politiche europee Emma Bonino, per accelerare i tempi di approvazione del regolamento comunitario sul marchio d’origine obbligatorio per i prodotti importati in Europa, il cosiddetto “Made-in”, da tempo bloccato sul tavolo del Consiglio dei ministri dei ventisette. Che l’iter di approvazione del regolamento sia fermo da troppo tempo, e che l’azione italiana stia ottenendo ottimi risultati, lo conferma l’Assemblea di Strasburgo che ha sollecitato il Consiglio dell’Unione Europea ad “adottare senza indugio” la proposta di regolamento nell’ambito di una risoluzione sulla sicurezza dei prodotti commercializzati in Europa. “E’ da tempo che siamo impegnati perché l’Europa adotti il nuovo regolamento sul marchio di origine, ovvero l’obbligo di indicazione del paese di produzione per i prodotti importati che appartengono a sette settori merceologici: tessile e abbigliamento, gioielleria, oggetti di ceramica e vetro, scarpe, cuoio, articoli di cuoio e pellicce, mobili e spazzole. Il marchio è uno strumento importante per i consumatori, li aiuta a orientarsi tra i prodotti, a scegliere consapevolmente. Non è assolutamente uno strumento per ‘proteggere’ il mercato dell’Unione Europea, rendendolo impermeabile alle importazioni”. Stefano Acerbi, presidente di Confartigianato Federazione Moda, non nasconde una certa soddisfazione. Il lavoro è stato tanto, e il monito del Parlamento europeo al Consiglio, rimette nuovamente in moto una macchina che rischiava di spegnersi, soprattutto per l’opposizione di diversi paesi dell’Unione, che non condividono gli obiettivi della normativa, con il risultato di un Europa divisa in due sull’adozione dell’etichetta obbligatoria. Palesemente contrari gli stati del nord Europa (Irlanda, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Danimarca, Germania, Lettonia, Estonia, Svezia, Finlandia, nonché Repubblica Ceca, Austria e Slovenia), uno schieramento che rilette l’orientamento dominante nel settore europeo della distribuzione, che teme che i costi di marchiatura alzino i prezzi di vendita dei prodotti extra europei, e di quella parte dell’industria che ricorre alla delocalizzazione della produzione in paesi terzi. Assolutamente favorevoli tutti gli stati del blocco del Mediterraneo ad eccezione di Malta (Italia, Portogallo, Spagna, Francia, Grecia e Cipro). A questi si aggiungono Ungheria, Polonia, Slovacchia e Lituania, mentre Bulgaria, Romania e Malta non hanno ancora fatto sapere la loro posizione. Dal dicembre del 2005, quando la Commissione Europea ha adottato il regolamento, fino a oggi, il fronte del no ha avuto la meglio e non ha consentito la formazione della maggioranza qualificata per sottoporre il “Made-in” all’esame del Consiglio Europeo. Ma adesso le cose sembrano andare in modo diverso. All’Europarlamento è in corso, infatti, una raccolta di firme trasversale a partiti e schieramenti, per una “dichiarazione” scritta che, se firmata dalla metà più uno degli eurodeputati (393), ha lo stesso valore di una risoluzione approvata dal plenum dell’Assemblea di Strasburgo. Il tempo stringe, perché il 13 dicembre scade il termine per sottoscrivere la dichiarazione. All’ultima rilevazione comunicata ne erano state raccolte 176, tra queste la firma del Presidente dell’Assemblea Hans-Gert Poettering.</p>
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		<title>Green skill, introvabili 1,6 milioni di lavoratori. Il report di Confartigianato all’evento ‘Seize the Change’</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/10/green-skill-introvabili-16-milioni-di-lavoratori-il-report-di-confartigianato-allevento-seize-the-change/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenza Manessi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Oct 2026 15:12:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Comunicati Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[seize the change]]></category>
		<category><![CDATA[SETTIMANA ENERGIA E SOSTENIBILITA' 2026]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Comunicati stampa 12 Ottobre 2026·SETTIMANA ENERGIA Green skill, introvabili 1,6 milioni di lavoratori. Il report di Confartigianato all’evento ‘Seize the [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2007/09/sul-made-in-china-leuropa-al-giro-di-boa/">Sul &#8216;made in China&#8217; l’Europa al giro di boa</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<p>Se un’azienda italiana esporta i suoi prodotti in Cina, Giappone, Stati Uniti, è obbligata ad apporre il marchio d’origine. Se invece è un’azienda di quei paesi ad esportare in Europa, allora il marchio non serve. Questa in estrema sintesi il cuore del problema alla base del pressing del ministro italiano del Commercio Internazionale e delle Politiche europee Emma Bonino, per accelerare i tempi di approvazione del regolamento comunitario sul marchio d’origine obbligatorio per i prodotti importati in Europa, il cosiddetto “Made-in”, da tempo bloccato sul tavolo del Consiglio dei ministri dei ventisette. Che l’iter di approvazione del regolamento sia fermo da troppo tempo, e che l’azione italiana stia ottenendo ottimi risultati, lo conferma l’Assemblea di Strasburgo che ha sollecitato il Consiglio dell’Unione Europea ad “adottare senza indugio” la proposta di regolamento nell’ambito di una risoluzione sulla sicurezza dei prodotti commercializzati in Europa. “E’ da tempo che siamo impegnati perché l’Europa adotti il nuovo regolamento sul marchio di origine, ovvero l’obbligo di indicazione del paese di produzione per i prodotti importati che appartengono a sette settori merceologici: tessile e abbigliamento, gioielleria, oggetti di ceramica e vetro, scarpe, cuoio, articoli di cuoio e pellicce, mobili e spazzole. Il marchio è uno strumento importante per i consumatori, li aiuta a orientarsi tra i prodotti, a scegliere consapevolmente. Non è assolutamente uno strumento per ‘proteggere’ il mercato dell’Unione Europea, rendendolo impermeabile alle importazioni”. Stefano Acerbi, presidente di Confartigianato Federazione Moda, non nasconde una certa soddisfazione. Il lavoro è stato tanto, e il monito del Parlamento europeo al Consiglio, rimette nuovamente in moto una macchina che rischiava di spegnersi, soprattutto per l’opposizione di diversi paesi dell’Unione, che non condividono gli obiettivi della normativa, con il risultato di un Europa divisa in due sull’adozione dell’etichetta obbligatoria. Palesemente contrari gli stati del nord Europa (Irlanda, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Danimarca, Germania, Lettonia, Estonia, Svezia, Finlandia, nonché Repubblica Ceca, Austria e Slovenia), uno schieramento che rilette l’orientamento dominante nel settore europeo della distribuzione, che teme che i costi di marchiatura alzino i prezzi di vendita dei prodotti extra europei, e di quella parte dell’industria che ricorre alla delocalizzazione della produzione in paesi terzi. Assolutamente favorevoli tutti gli stati del blocco del Mediterraneo ad eccezione di Malta (Italia, Portogallo, Spagna, Francia, Grecia e Cipro). A questi si aggiungono Ungheria, Polonia, Slovacchia e Lituania, mentre Bulgaria, Romania e Malta non hanno ancora fatto sapere la loro posizione. Dal dicembre del 2005, quando la Commissione Europea ha adottato il regolamento, fino a oggi, il fronte del no ha avuto la meglio e non ha consentito la formazione della maggioranza qualificata per sottoporre il “Made-in” all’esame del Consiglio Europeo. Ma adesso le cose sembrano andare in modo diverso. All’Europarlamento è in corso, infatti, una raccolta di firme trasversale a partiti e schieramenti, per una “dichiarazione” scritta che, se firmata dalla metà più uno degli eurodeputati (393), ha lo stesso valore di una risoluzione approvata dal plenum dell’Assemblea di Strasburgo. Il tempo stringe, perché il 13 dicembre scade il termine per sottoscrivere la dichiarazione. All’ultima rilevazione comunicata ne erano state raccolte 176, tra queste la firma del Presidente dell’Assemblea Hans-Gert Poettering.</p>
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		<title>&#8220;Seize the change. Futuri sostenibili&#8221; è l&#8217;evento di apertura della Settimana per l&#8217;Energia e la Sostenibilità 2026</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/10/seize-the-change-futuri-sostenibili-e-levento-di-apertura-della-settimana-per-lenergia-e-la-sostenibilita-2026/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fabrizio Cassieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Oct 2026 11:58:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[seize the change]]></category>
		<category><![CDATA[settimana energia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Notizie 12 Ottobre 2026·SETTIMANA ENERGIA &#8220;Seize the change. Futuri sostenibili&#8221; è l&#8217;evento di apertura della Settimana per l&#8217;Energia e la [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2007/09/sul-made-in-china-leuropa-al-giro-di-boa/">Sul &#8216;made in China&#8217; l’Europa al giro di boa</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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<div class="box-art-meta"><span class="meta-data">28 Settembre 2007</span></div>
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<p>Se un’azienda italiana esporta i suoi prodotti in Cina, Giappone, Stati Uniti, è obbligata ad apporre il marchio d’origine. Se invece è un’azienda di quei paesi ad esportare in Europa, allora il marchio non serve. Questa in estrema sintesi il cuore del problema alla base del pressing del ministro italiano del Commercio Internazionale e delle Politiche europee Emma Bonino, per accelerare i tempi di approvazione del regolamento comunitario sul marchio d’origine obbligatorio per i prodotti importati in Europa, il cosiddetto “Made-in”, da tempo bloccato sul tavolo del Consiglio dei ministri dei ventisette. Che l’iter di approvazione del regolamento sia fermo da troppo tempo, e che l’azione italiana stia ottenendo ottimi risultati, lo conferma l’Assemblea di Strasburgo che ha sollecitato il Consiglio dell’Unione Europea ad “adottare senza indugio” la proposta di regolamento nell’ambito di una risoluzione sulla sicurezza dei prodotti commercializzati in Europa. “E’ da tempo che siamo impegnati perché l’Europa adotti il nuovo regolamento sul marchio di origine, ovvero l’obbligo di indicazione del paese di produzione per i prodotti importati che appartengono a sette settori merceologici: tessile e abbigliamento, gioielleria, oggetti di ceramica e vetro, scarpe, cuoio, articoli di cuoio e pellicce, mobili e spazzole. Il marchio è uno strumento importante per i consumatori, li aiuta a orientarsi tra i prodotti, a scegliere consapevolmente. Non è assolutamente uno strumento per ‘proteggere’ il mercato dell’Unione Europea, rendendolo impermeabile alle importazioni”. Stefano Acerbi, presidente di Confartigianato Federazione Moda, non nasconde una certa soddisfazione. Il lavoro è stato tanto, e il monito del Parlamento europeo al Consiglio, rimette nuovamente in moto una macchina che rischiava di spegnersi, soprattutto per l’opposizione di diversi paesi dell’Unione, che non condividono gli obiettivi della normativa, con il risultato di un Europa divisa in due sull’adozione dell’etichetta obbligatoria. Palesemente contrari gli stati del nord Europa (Irlanda, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Danimarca, Germania, Lettonia, Estonia, Svezia, Finlandia, nonché Repubblica Ceca, Austria e Slovenia), uno schieramento che rilette l’orientamento dominante nel settore europeo della distribuzione, che teme che i costi di marchiatura alzino i prezzi di vendita dei prodotti extra europei, e di quella parte dell’industria che ricorre alla delocalizzazione della produzione in paesi terzi. Assolutamente favorevoli tutti gli stati del blocco del Mediterraneo ad eccezione di Malta (Italia, Portogallo, Spagna, Francia, Grecia e Cipro). A questi si aggiungono Ungheria, Polonia, Slovacchia e Lituania, mentre Bulgaria, Romania e Malta non hanno ancora fatto sapere la loro posizione. Dal dicembre del 2005, quando la Commissione Europea ha adottato il regolamento, fino a oggi, il fronte del no ha avuto la meglio e non ha consentito la formazione della maggioranza qualificata per sottoporre il “Made-in” all’esame del Consiglio Europeo. Ma adesso le cose sembrano andare in modo diverso. All’Europarlamento è in corso, infatti, una raccolta di firme trasversale a partiti e schieramenti, per una “dichiarazione” scritta che, se firmata dalla metà più uno degli eurodeputati (393), ha lo stesso valore di una risoluzione approvata dal plenum dell’Assemblea di Strasburgo. Il tempo stringe, perché il 13 dicembre scade il termine per sottoscrivere la dichiarazione. All’ultima rilevazione comunicata ne erano state raccolte 176, tra queste la firma del Presidente dell’Assemblea Hans-Gert Poettering.</p>
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		<title>A Open Jam i Giovani Imprenditori Confartigianato raccontano agli studenti il valore del fare impresa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabrizio Cassieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Oct 2026 12:26:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[2026]]></category>
		<category><![CDATA[giovani imprenditori]]></category>
		<category><![CDATA[open jam]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Notizie 9 Ottobre 2026·GIOVANI IMPRENDITORI A Open Jam i Giovani Imprenditori Confartigianato raccontano agli studenti il valore del fare impresa [&#8230;]</p>
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<h1 class="headInModule single_post">Sul &#8216;made in China&#8217; l’Europa al giro di boa</h1>
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<p>Se un’azienda italiana esporta i suoi prodotti in Cina, Giappone, Stati Uniti, è obbligata ad apporre il marchio d’origine. Se invece è un’azienda di quei paesi ad esportare in Europa, allora il marchio non serve. Questa in estrema sintesi il cuore del problema alla base del pressing del ministro italiano del Commercio Internazionale e delle Politiche europee Emma Bonino, per accelerare i tempi di approvazione del regolamento comunitario sul marchio d’origine obbligatorio per i prodotti importati in Europa, il cosiddetto “Made-in”, da tempo bloccato sul tavolo del Consiglio dei ministri dei ventisette. Che l’iter di approvazione del regolamento sia fermo da troppo tempo, e che l’azione italiana stia ottenendo ottimi risultati, lo conferma l’Assemblea di Strasburgo che ha sollecitato il Consiglio dell’Unione Europea ad “adottare senza indugio” la proposta di regolamento nell’ambito di una risoluzione sulla sicurezza dei prodotti commercializzati in Europa. “E’ da tempo che siamo impegnati perché l’Europa adotti il nuovo regolamento sul marchio di origine, ovvero l’obbligo di indicazione del paese di produzione per i prodotti importati che appartengono a sette settori merceologici: tessile e abbigliamento, gioielleria, oggetti di ceramica e vetro, scarpe, cuoio, articoli di cuoio e pellicce, mobili e spazzole. Il marchio è uno strumento importante per i consumatori, li aiuta a orientarsi tra i prodotti, a scegliere consapevolmente. Non è assolutamente uno strumento per ‘proteggere’ il mercato dell’Unione Europea, rendendolo impermeabile alle importazioni”. Stefano Acerbi, presidente di Confartigianato Federazione Moda, non nasconde una certa soddisfazione. Il lavoro è stato tanto, e il monito del Parlamento europeo al Consiglio, rimette nuovamente in moto una macchina che rischiava di spegnersi, soprattutto per l’opposizione di diversi paesi dell’Unione, che non condividono gli obiettivi della normativa, con il risultato di un Europa divisa in due sull’adozione dell’etichetta obbligatoria. Palesemente contrari gli stati del nord Europa (Irlanda, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Danimarca, Germania, Lettonia, Estonia, Svezia, Finlandia, nonché Repubblica Ceca, Austria e Slovenia), uno schieramento che rilette l’orientamento dominante nel settore europeo della distribuzione, che teme che i costi di marchiatura alzino i prezzi di vendita dei prodotti extra europei, e di quella parte dell’industria che ricorre alla delocalizzazione della produzione in paesi terzi. Assolutamente favorevoli tutti gli stati del blocco del Mediterraneo ad eccezione di Malta (Italia, Portogallo, Spagna, Francia, Grecia e Cipro). A questi si aggiungono Ungheria, Polonia, Slovacchia e Lituania, mentre Bulgaria, Romania e Malta non hanno ancora fatto sapere la loro posizione. Dal dicembre del 2005, quando la Commissione Europea ha adottato il regolamento, fino a oggi, il fronte del no ha avuto la meglio e non ha consentito la formazione della maggioranza qualificata per sottoporre il “Made-in” all’esame del Consiglio Europeo. Ma adesso le cose sembrano andare in modo diverso. All’Europarlamento è in corso, infatti, una raccolta di firme trasversale a partiti e schieramenti, per una “dichiarazione” scritta che, se firmata dalla metà più uno degli eurodeputati (393), ha lo stesso valore di una risoluzione approvata dal plenum dell’Assemblea di Strasburgo. Il tempo stringe, perché il 13 dicembre scade il termine per sottoscrivere la dichiarazione. All’ultima rilevazione comunicata ne erano state raccolte 176, tra queste la firma del Presidente dell’Assemblea Hans-Gert Poettering.</p>
<div class="synved-social-container synved-social-container-follow" style="text-align: left"><a class="synved-social-button synved-social-button-follow synved-social-size-32 synved-social-resolution-single synved-social-provider-rss nolightbox" data-provider="rss" target="_blank" rel="nofollow" title="Subscribe to our RSS Feed" href="http://feeds.feedburner.com/Confartigianato" style="font-size: 0px;width:32px;height:32px;margin:0;margin-bottom:5px"><img decoding="async" alt="rss" title="Subscribe to our RSS Feed" class="synved-share-image synved-social-image synved-social-image-follow" width="32" height="32" style="display: inline;width:32px;height:32px;margin: 0;padding: 0;border: none;box-shadow: none" src="https://www.confartigianato.it/core/modules/d527b5e8d0/synved-social/image/social/regular/64x64/rss.png" /></a></div><p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2007/09/sul-made-in-china-leuropa-al-giro-di-boa/">Sul &#8216;made in China&#8217; l’Europa al giro di boa</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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		<title>A metà 2026 persiste il calo (-3,6%) dei prestiti alle piccole imprese. Le tendenze per regione</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/10/a-meta-2026-persiste-il-calo-36-dei-prestiti-alle-piccole-imprese-le-tendenze-per-regione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ivan Demenego]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Oct 2026 12:55:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Credito]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[credito]]></category>
		<category><![CDATA[credito a pmi]]></category>
		<category><![CDATA[studi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Studii 8 Ottobre 2026·CREDITO A metà 2026 persiste il calo (-3,6%) dei prestiti alle piccole imprese. Le tendenze per regione [&#8230;]</p>
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<p>Se un’azienda italiana esporta i suoi prodotti in Cina, Giappone, Stati Uniti, è obbligata ad apporre il marchio d’origine. Se invece è un’azienda di quei paesi ad esportare in Europa, allora il marchio non serve. Questa in estrema sintesi il cuore del problema alla base del pressing del ministro italiano del Commercio Internazionale e delle Politiche europee Emma Bonino, per accelerare i tempi di approvazione del regolamento comunitario sul marchio d’origine obbligatorio per i prodotti importati in Europa, il cosiddetto “Made-in”, da tempo bloccato sul tavolo del Consiglio dei ministri dei ventisette. Che l’iter di approvazione del regolamento sia fermo da troppo tempo, e che l’azione italiana stia ottenendo ottimi risultati, lo conferma l’Assemblea di Strasburgo che ha sollecitato il Consiglio dell’Unione Europea ad “adottare senza indugio” la proposta di regolamento nell’ambito di una risoluzione sulla sicurezza dei prodotti commercializzati in Europa. “E’ da tempo che siamo impegnati perché l’Europa adotti il nuovo regolamento sul marchio di origine, ovvero l’obbligo di indicazione del paese di produzione per i prodotti importati che appartengono a sette settori merceologici: tessile e abbigliamento, gioielleria, oggetti di ceramica e vetro, scarpe, cuoio, articoli di cuoio e pellicce, mobili e spazzole. Il marchio è uno strumento importante per i consumatori, li aiuta a orientarsi tra i prodotti, a scegliere consapevolmente. Non è assolutamente uno strumento per ‘proteggere’ il mercato dell’Unione Europea, rendendolo impermeabile alle importazioni”. Stefano Acerbi, presidente di Confartigianato Federazione Moda, non nasconde una certa soddisfazione. Il lavoro è stato tanto, e il monito del Parlamento europeo al Consiglio, rimette nuovamente in moto una macchina che rischiava di spegnersi, soprattutto per l’opposizione di diversi paesi dell’Unione, che non condividono gli obiettivi della normativa, con il risultato di un Europa divisa in due sull’adozione dell’etichetta obbligatoria. Palesemente contrari gli stati del nord Europa (Irlanda, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Danimarca, Germania, Lettonia, Estonia, Svezia, Finlandia, nonché Repubblica Ceca, Austria e Slovenia), uno schieramento che rilette l’orientamento dominante nel settore europeo della distribuzione, che teme che i costi di marchiatura alzino i prezzi di vendita dei prodotti extra europei, e di quella parte dell’industria che ricorre alla delocalizzazione della produzione in paesi terzi. Assolutamente favorevoli tutti gli stati del blocco del Mediterraneo ad eccezione di Malta (Italia, Portogallo, Spagna, Francia, Grecia e Cipro). A questi si aggiungono Ungheria, Polonia, Slovacchia e Lituania, mentre Bulgaria, Romania e Malta non hanno ancora fatto sapere la loro posizione. Dal dicembre del 2005, quando la Commissione Europea ha adottato il regolamento, fino a oggi, il fronte del no ha avuto la meglio e non ha consentito la formazione della maggioranza qualificata per sottoporre il “Made-in” all’esame del Consiglio Europeo. Ma adesso le cose sembrano andare in modo diverso. All’Europarlamento è in corso, infatti, una raccolta di firme trasversale a partiti e schieramenti, per una “dichiarazione” scritta che, se firmata dalla metà più uno degli eurodeputati (393), ha lo stesso valore di una risoluzione approvata dal plenum dell’Assemblea di Strasburgo. Il tempo stringe, perché il 13 dicembre scade il termine per sottoscrivere la dichiarazione. All’ultima rilevazione comunicata ne erano state raccolte 176, tra queste la firma del Presidente dell’Assemblea Hans-Gert Poettering.</p>
<div class="synved-social-container synved-social-container-follow" style="text-align: left"><a class="synved-social-button synved-social-button-follow synved-social-size-32 synved-social-resolution-single synved-social-provider-rss nolightbox" data-provider="rss" target="_blank" rel="nofollow" title="Subscribe to our RSS Feed" href="http://feeds.feedburner.com/Confartigianato" style="font-size: 0px;width:32px;height:32px;margin:0;margin-bottom:5px"><img decoding="async" alt="rss" title="Subscribe to our RSS Feed" class="synved-share-image synved-social-image synved-social-image-follow" width="32" height="32" style="display: inline;width:32px;height:32px;margin: 0;padding: 0;border: none;box-shadow: none" src="https://www.confartigianato.it/core/modules/d527b5e8d0/synved-social/image/social/regular/64x64/rss.png" /></a></div><p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2007/09/sul-made-in-china-leuropa-al-giro-di-boa/">Sul &#8216;made in China&#8217; l’Europa al giro di boa</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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		<title>La campagna fiscale 2026 del CAAF Confartigianato si chiude con numeri in aumento e un’assistenza sempre più qualificata</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/10/la-campagna-fiscale-2026-del-caaf-confartigianato-si-chiude-con-numeri-in-aumento-e-unassistenza-sempre-piu-qualificata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fabrizio Cassieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Oct 2026 11:22:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[caaf]]></category>
		<category><![CDATA[campagna fiscale 2026]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Notizie 8 Ottobre 2026·CAAF La campagna fiscale 2026 del CAAF Confartigianato si chiude con numeri in aumento e un’assistenza sempre [&#8230;]</p>
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<p>Se un’azienda italiana esporta i suoi prodotti in Cina, Giappone, Stati Uniti, è obbligata ad apporre il marchio d’origine. Se invece è un’azienda di quei paesi ad esportare in Europa, allora il marchio non serve. Questa in estrema sintesi il cuore del problema alla base del pressing del ministro italiano del Commercio Internazionale e delle Politiche europee Emma Bonino, per accelerare i tempi di approvazione del regolamento comunitario sul marchio d’origine obbligatorio per i prodotti importati in Europa, il cosiddetto “Made-in”, da tempo bloccato sul tavolo del Consiglio dei ministri dei ventisette. Che l’iter di approvazione del regolamento sia fermo da troppo tempo, e che l’azione italiana stia ottenendo ottimi risultati, lo conferma l’Assemblea di Strasburgo che ha sollecitato il Consiglio dell’Unione Europea ad “adottare senza indugio” la proposta di regolamento nell’ambito di una risoluzione sulla sicurezza dei prodotti commercializzati in Europa. “E’ da tempo che siamo impegnati perché l’Europa adotti il nuovo regolamento sul marchio di origine, ovvero l’obbligo di indicazione del paese di produzione per i prodotti importati che appartengono a sette settori merceologici: tessile e abbigliamento, gioielleria, oggetti di ceramica e vetro, scarpe, cuoio, articoli di cuoio e pellicce, mobili e spazzole. Il marchio è uno strumento importante per i consumatori, li aiuta a orientarsi tra i prodotti, a scegliere consapevolmente. Non è assolutamente uno strumento per ‘proteggere’ il mercato dell’Unione Europea, rendendolo impermeabile alle importazioni”. Stefano Acerbi, presidente di Confartigianato Federazione Moda, non nasconde una certa soddisfazione. Il lavoro è stato tanto, e il monito del Parlamento europeo al Consiglio, rimette nuovamente in moto una macchina che rischiava di spegnersi, soprattutto per l’opposizione di diversi paesi dell’Unione, che non condividono gli obiettivi della normativa, con il risultato di un Europa divisa in due sull’adozione dell’etichetta obbligatoria. Palesemente contrari gli stati del nord Europa (Irlanda, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Danimarca, Germania, Lettonia, Estonia, Svezia, Finlandia, nonché Repubblica Ceca, Austria e Slovenia), uno schieramento che rilette l’orientamento dominante nel settore europeo della distribuzione, che teme che i costi di marchiatura alzino i prezzi di vendita dei prodotti extra europei, e di quella parte dell’industria che ricorre alla delocalizzazione della produzione in paesi terzi. Assolutamente favorevoli tutti gli stati del blocco del Mediterraneo ad eccezione di Malta (Italia, Portogallo, Spagna, Francia, Grecia e Cipro). A questi si aggiungono Ungheria, Polonia, Slovacchia e Lituania, mentre Bulgaria, Romania e Malta non hanno ancora fatto sapere la loro posizione. Dal dicembre del 2005, quando la Commissione Europea ha adottato il regolamento, fino a oggi, il fronte del no ha avuto la meglio e non ha consentito la formazione della maggioranza qualificata per sottoporre il “Made-in” all’esame del Consiglio Europeo. Ma adesso le cose sembrano andare in modo diverso. All’Europarlamento è in corso, infatti, una raccolta di firme trasversale a partiti e schieramenti, per una “dichiarazione” scritta che, se firmata dalla metà più uno degli eurodeputati (393), ha lo stesso valore di una risoluzione approvata dal plenum dell’Assemblea di Strasburgo. Il tempo stringe, perché il 13 dicembre scade il termine per sottoscrivere la dichiarazione. All’ultima rilevazione comunicata ne erano state raccolte 176, tra queste la firma del Presidente dell’Assemblea Hans-Gert Poettering.</p>
<div class="synved-social-container synved-social-container-follow" style="text-align: left"><a class="synved-social-button synved-social-button-follow synved-social-size-32 synved-social-resolution-single synved-social-provider-rss nolightbox" data-provider="rss" target="_blank" rel="nofollow" title="Subscribe to our RSS Feed" href="http://feeds.feedburner.com/Confartigianato" style="font-size: 0px;width:32px;height:32px;margin:0;margin-bottom:5px"><img decoding="async" alt="rss" title="Subscribe to our RSS Feed" class="synved-share-image synved-social-image synved-social-image-follow" width="32" height="32" style="display: inline;width:32px;height:32px;margin: 0;padding: 0;border: none;box-shadow: none" src="https://www.confartigianato.it/core/modules/d527b5e8d0/synved-social/image/social/regular/64x64/rss.png" /></a></div><p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2007/09/sul-made-in-china-leuropa-al-giro-di-boa/">Sul &#8216;made in China&#8217; l’Europa al giro di boa</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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		<title>Con Intesa Sanpaolo un patto per la crescita delle piccole imprese e dei territori. Nuovo piano da 20 miliardi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenza Manessi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Oct 2026 10:37:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Comunicati Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Credito]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[anna roscio]]></category>
		<category><![CDATA[carlo messina]]></category>
		<category><![CDATA[INTESA SANPAOLO]]></category>
		<category><![CDATA[stefano barrese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Comunicati stampa 8 Ottobre 2026·CREDITO Con Intesa Sanpaolo un patto per la crescita delle piccole imprese e dei territori. Nuovo [&#8230;]</p>
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<h1 class="headInModule single_post">Sul &#8216;made in China&#8217; l’Europa al giro di boa</h1>
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<p>Se un’azienda italiana esporta i suoi prodotti in Cina, Giappone, Stati Uniti, è obbligata ad apporre il marchio d’origine. Se invece è un’azienda di quei paesi ad esportare in Europa, allora il marchio non serve. Questa in estrema sintesi il cuore del problema alla base del pressing del ministro italiano del Commercio Internazionale e delle Politiche europee Emma Bonino, per accelerare i tempi di approvazione del regolamento comunitario sul marchio d’origine obbligatorio per i prodotti importati in Europa, il cosiddetto “Made-in”, da tempo bloccato sul tavolo del Consiglio dei ministri dei ventisette. Che l’iter di approvazione del regolamento sia fermo da troppo tempo, e che l’azione italiana stia ottenendo ottimi risultati, lo conferma l’Assemblea di Strasburgo che ha sollecitato il Consiglio dell’Unione Europea ad “adottare senza indugio” la proposta di regolamento nell’ambito di una risoluzione sulla sicurezza dei prodotti commercializzati in Europa. “E’ da tempo che siamo impegnati perché l’Europa adotti il nuovo regolamento sul marchio di origine, ovvero l’obbligo di indicazione del paese di produzione per i prodotti importati che appartengono a sette settori merceologici: tessile e abbigliamento, gioielleria, oggetti di ceramica e vetro, scarpe, cuoio, articoli di cuoio e pellicce, mobili e spazzole. Il marchio è uno strumento importante per i consumatori, li aiuta a orientarsi tra i prodotti, a scegliere consapevolmente. Non è assolutamente uno strumento per ‘proteggere’ il mercato dell’Unione Europea, rendendolo impermeabile alle importazioni”. Stefano Acerbi, presidente di Confartigianato Federazione Moda, non nasconde una certa soddisfazione. Il lavoro è stato tanto, e il monito del Parlamento europeo al Consiglio, rimette nuovamente in moto una macchina che rischiava di spegnersi, soprattutto per l’opposizione di diversi paesi dell’Unione, che non condividono gli obiettivi della normativa, con il risultato di un Europa divisa in due sull’adozione dell’etichetta obbligatoria. Palesemente contrari gli stati del nord Europa (Irlanda, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Danimarca, Germania, Lettonia, Estonia, Svezia, Finlandia, nonché Repubblica Ceca, Austria e Slovenia), uno schieramento che rilette l’orientamento dominante nel settore europeo della distribuzione, che teme che i costi di marchiatura alzino i prezzi di vendita dei prodotti extra europei, e di quella parte dell’industria che ricorre alla delocalizzazione della produzione in paesi terzi. Assolutamente favorevoli tutti gli stati del blocco del Mediterraneo ad eccezione di Malta (Italia, Portogallo, Spagna, Francia, Grecia e Cipro). A questi si aggiungono Ungheria, Polonia, Slovacchia e Lituania, mentre Bulgaria, Romania e Malta non hanno ancora fatto sapere la loro posizione. Dal dicembre del 2005, quando la Commissione Europea ha adottato il regolamento, fino a oggi, il fronte del no ha avuto la meglio e non ha consentito la formazione della maggioranza qualificata per sottoporre il “Made-in” all’esame del Consiglio Europeo. Ma adesso le cose sembrano andare in modo diverso. All’Europarlamento è in corso, infatti, una raccolta di firme trasversale a partiti e schieramenti, per una “dichiarazione” scritta che, se firmata dalla metà più uno degli eurodeputati (393), ha lo stesso valore di una risoluzione approvata dal plenum dell’Assemblea di Strasburgo. Il tempo stringe, perché il 13 dicembre scade il termine per sottoscrivere la dichiarazione. All’ultima rilevazione comunicata ne erano state raccolte 176, tra queste la firma del Presidente dell’Assemblea Hans-Gert Poettering.</p>
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		<title>Export delle MPI, Confartigianato: “Creare le condizioni per competere sui mercati internazionali”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenza Manessi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Oct 2026 12:50:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa e Mercati Internazionali]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[fabio mereu]]></category>
		<category><![CDATA[maeci]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Notizie 7 Ottobre 2026·MERCATI ESTERI Export delle MPI, Confartigianato: “Creare le condizioni per competere sui mercati internazionali” “Le micro e [&#8230;]</p>
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<p>Se un’azienda italiana esporta i suoi prodotti in Cina, Giappone, Stati Uniti, è obbligata ad apporre il marchio d’origine. Se invece è un’azienda di quei paesi ad esportare in Europa, allora il marchio non serve. Questa in estrema sintesi il cuore del problema alla base del pressing del ministro italiano del Commercio Internazionale e delle Politiche europee Emma Bonino, per accelerare i tempi di approvazione del regolamento comunitario sul marchio d’origine obbligatorio per i prodotti importati in Europa, il cosiddetto “Made-in”, da tempo bloccato sul tavolo del Consiglio dei ministri dei ventisette. Che l’iter di approvazione del regolamento sia fermo da troppo tempo, e che l’azione italiana stia ottenendo ottimi risultati, lo conferma l’Assemblea di Strasburgo che ha sollecitato il Consiglio dell’Unione Europea ad “adottare senza indugio” la proposta di regolamento nell’ambito di una risoluzione sulla sicurezza dei prodotti commercializzati in Europa. “E’ da tempo che siamo impegnati perché l’Europa adotti il nuovo regolamento sul marchio di origine, ovvero l’obbligo di indicazione del paese di produzione per i prodotti importati che appartengono a sette settori merceologici: tessile e abbigliamento, gioielleria, oggetti di ceramica e vetro, scarpe, cuoio, articoli di cuoio e pellicce, mobili e spazzole. Il marchio è uno strumento importante per i consumatori, li aiuta a orientarsi tra i prodotti, a scegliere consapevolmente. Non è assolutamente uno strumento per ‘proteggere’ il mercato dell’Unione Europea, rendendolo impermeabile alle importazioni”. Stefano Acerbi, presidente di Confartigianato Federazione Moda, non nasconde una certa soddisfazione. Il lavoro è stato tanto, e il monito del Parlamento europeo al Consiglio, rimette nuovamente in moto una macchina che rischiava di spegnersi, soprattutto per l’opposizione di diversi paesi dell’Unione, che non condividono gli obiettivi della normativa, con il risultato di un Europa divisa in due sull’adozione dell’etichetta obbligatoria. Palesemente contrari gli stati del nord Europa (Irlanda, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Danimarca, Germania, Lettonia, Estonia, Svezia, Finlandia, nonché Repubblica Ceca, Austria e Slovenia), uno schieramento che rilette l’orientamento dominante nel settore europeo della distribuzione, che teme che i costi di marchiatura alzino i prezzi di vendita dei prodotti extra europei, e di quella parte dell’industria che ricorre alla delocalizzazione della produzione in paesi terzi. Assolutamente favorevoli tutti gli stati del blocco del Mediterraneo ad eccezione di Malta (Italia, Portogallo, Spagna, Francia, Grecia e Cipro). A questi si aggiungono Ungheria, Polonia, Slovacchia e Lituania, mentre Bulgaria, Romania e Malta non hanno ancora fatto sapere la loro posizione. Dal dicembre del 2005, quando la Commissione Europea ha adottato il regolamento, fino a oggi, il fronte del no ha avuto la meglio e non ha consentito la formazione della maggioranza qualificata per sottoporre il “Made-in” all’esame del Consiglio Europeo. Ma adesso le cose sembrano andare in modo diverso. All’Europarlamento è in corso, infatti, una raccolta di firme trasversale a partiti e schieramenti, per una “dichiarazione” scritta che, se firmata dalla metà più uno degli eurodeputati (393), ha lo stesso valore di una risoluzione approvata dal plenum dell’Assemblea di Strasburgo. Il tempo stringe, perché il 13 dicembre scade il termine per sottoscrivere la dichiarazione. All’ultima rilevazione comunicata ne erano state raccolte 176, tra queste la firma del Presidente dell’Assemblea Hans-Gert Poettering.</p>
<div class="synved-social-container synved-social-container-follow" style="text-align: left"><a class="synved-social-button synved-social-button-follow synved-social-size-32 synved-social-resolution-single synved-social-provider-rss nolightbox" data-provider="rss" target="_blank" rel="nofollow" title="Subscribe to our RSS Feed" href="http://feeds.feedburner.com/Confartigianato" style="font-size: 0px;width:32px;height:32px;margin:0;margin-bottom:5px"><img decoding="async" alt="rss" title="Subscribe to our RSS Feed" class="synved-share-image synved-social-image synved-social-image-follow" width="32" height="32" style="display: inline;width:32px;height:32px;margin: 0;padding: 0;border: none;box-shadow: none" src="https://www.confartigianato.it/core/modules/d527b5e8d0/synved-social/image/social/regular/64x64/rss.png" /></a></div><p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2007/09/sul-made-in-china-leuropa-al-giro-di-boa/">Sul &#8216;made in China&#8217; l’Europa al giro di boa</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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		<title>Tra Ministero dell&#8217;Istruzione e Confartigianato alleanza scuola-impresa per costruire il futuro dei giovani</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/10/tra-ministero-dellistruzione-e-confartigianato-alleanza-scuola-impresa-per-costruire-il-futuro-dei-giovani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenza Manessi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2026 16:53:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[giovani imprenditori confartigianato]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Valditara]]></category>
		<category><![CDATA[Riccardo Porta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Notizie 6 Ottobre 2026·GIOVANI IMPRENDITORI Tra Ministero dell&#8217;Istruzione e Confartigianato alleanza scuola-impresa per costruire il futuro dei giovani Meno giovani, [&#8230;]</p>
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<p>Se un’azienda italiana esporta i suoi prodotti in Cina, Giappone, Stati Uniti, è obbligata ad apporre il marchio d’origine. Se invece è un’azienda di quei paesi ad esportare in Europa, allora il marchio non serve. Questa in estrema sintesi il cuore del problema alla base del pressing del ministro italiano del Commercio Internazionale e delle Politiche europee Emma Bonino, per accelerare i tempi di approvazione del regolamento comunitario sul marchio d’origine obbligatorio per i prodotti importati in Europa, il cosiddetto “Made-in”, da tempo bloccato sul tavolo del Consiglio dei ministri dei ventisette. Che l’iter di approvazione del regolamento sia fermo da troppo tempo, e che l’azione italiana stia ottenendo ottimi risultati, lo conferma l’Assemblea di Strasburgo che ha sollecitato il Consiglio dell’Unione Europea ad “adottare senza indugio” la proposta di regolamento nell’ambito di una risoluzione sulla sicurezza dei prodotti commercializzati in Europa. “E’ da tempo che siamo impegnati perché l’Europa adotti il nuovo regolamento sul marchio di origine, ovvero l’obbligo di indicazione del paese di produzione per i prodotti importati che appartengono a sette settori merceologici: tessile e abbigliamento, gioielleria, oggetti di ceramica e vetro, scarpe, cuoio, articoli di cuoio e pellicce, mobili e spazzole. Il marchio è uno strumento importante per i consumatori, li aiuta a orientarsi tra i prodotti, a scegliere consapevolmente. Non è assolutamente uno strumento per ‘proteggere’ il mercato dell’Unione Europea, rendendolo impermeabile alle importazioni”. Stefano Acerbi, presidente di Confartigianato Federazione Moda, non nasconde una certa soddisfazione. Il lavoro è stato tanto, e il monito del Parlamento europeo al Consiglio, rimette nuovamente in moto una macchina che rischiava di spegnersi, soprattutto per l’opposizione di diversi paesi dell’Unione, che non condividono gli obiettivi della normativa, con il risultato di un Europa divisa in due sull’adozione dell’etichetta obbligatoria. Palesemente contrari gli stati del nord Europa (Irlanda, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Danimarca, Germania, Lettonia, Estonia, Svezia, Finlandia, nonché Repubblica Ceca, Austria e Slovenia), uno schieramento che rilette l’orientamento dominante nel settore europeo della distribuzione, che teme che i costi di marchiatura alzino i prezzi di vendita dei prodotti extra europei, e di quella parte dell’industria che ricorre alla delocalizzazione della produzione in paesi terzi. Assolutamente favorevoli tutti gli stati del blocco del Mediterraneo ad eccezione di Malta (Italia, Portogallo, Spagna, Francia, Grecia e Cipro). A questi si aggiungono Ungheria, Polonia, Slovacchia e Lituania, mentre Bulgaria, Romania e Malta non hanno ancora fatto sapere la loro posizione. Dal dicembre del 2005, quando la Commissione Europea ha adottato il regolamento, fino a oggi, il fronte del no ha avuto la meglio e non ha consentito la formazione della maggioranza qualificata per sottoporre il “Made-in” all’esame del Consiglio Europeo. Ma adesso le cose sembrano andare in modo diverso. All’Europarlamento è in corso, infatti, una raccolta di firme trasversale a partiti e schieramenti, per una “dichiarazione” scritta che, se firmata dalla metà più uno degli eurodeputati (393), ha lo stesso valore di una risoluzione approvata dal plenum dell’Assemblea di Strasburgo. Il tempo stringe, perché il 13 dicembre scade il termine per sottoscrivere la dichiarazione. All’ultima rilevazione comunicata ne erano state raccolte 176, tra queste la firma del Presidente dell’Assemblea Hans-Gert Poettering.</p>
<div class="synved-social-container synved-social-container-follow" style="text-align: left"><a class="synved-social-button synved-social-button-follow synved-social-size-32 synved-social-resolution-single synved-social-provider-rss nolightbox" data-provider="rss" target="_blank" rel="nofollow" title="Subscribe to our RSS Feed" href="http://feeds.feedburner.com/Confartigianato" style="font-size: 0px;width:32px;height:32px;margin:0;margin-bottom:5px"><img decoding="async" alt="rss" title="Subscribe to our RSS Feed" class="synved-share-image synved-social-image synved-social-image-follow" width="32" height="32" style="display: inline;width:32px;height:32px;margin: 0;padding: 0;border: none;box-shadow: none" src="https://www.confartigianato.it/core/modules/d527b5e8d0/synved-social/image/social/regular/64x64/rss.png" /></a></div><p>L'articolo <a href="https://www.confartigianato.it/2007/09/sul-made-in-china-leuropa-al-giro-di-boa/">Sul &#8216;made in China&#8217; l’Europa al giro di boa</a> proviene da <a href="https://www.confartigianato.it">Confartigianato Imprese</a>.</p>
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		<title>Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto al top dell’Indice Confartigianato Youth Friendly 2026: le opportunità per i giovani tra impresa e lavoro</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/10/lombardia-emilia-romagna-e-veneto-al-top-dellindice-confartigianato-youth-friendly-2026-le-opportunita-per-i-giovani-tra-impresa-e-lavoro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ivan Demenego]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2026 11:07:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
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<p>Se un’azienda italiana esporta i suoi prodotti in Cina, Giappone, Stati Uniti, è obbligata ad apporre il marchio d’origine. Se invece è un’azienda di quei paesi ad esportare in Europa, allora il marchio non serve. Questa in estrema sintesi il cuore del problema alla base del pressing del ministro italiano del Commercio Internazionale e delle Politiche europee Emma Bonino, per accelerare i tempi di approvazione del regolamento comunitario sul marchio d’origine obbligatorio per i prodotti importati in Europa, il cosiddetto “Made-in”, da tempo bloccato sul tavolo del Consiglio dei ministri dei ventisette. Che l’iter di approvazione del regolamento sia fermo da troppo tempo, e che l’azione italiana stia ottenendo ottimi risultati, lo conferma l’Assemblea di Strasburgo che ha sollecitato il Consiglio dell’Unione Europea ad “adottare senza indugio” la proposta di regolamento nell’ambito di una risoluzione sulla sicurezza dei prodotti commercializzati in Europa. “E’ da tempo che siamo impegnati perché l’Europa adotti il nuovo regolamento sul marchio di origine, ovvero l’obbligo di indicazione del paese di produzione per i prodotti importati che appartengono a sette settori merceologici: tessile e abbigliamento, gioielleria, oggetti di ceramica e vetro, scarpe, cuoio, articoli di cuoio e pellicce, mobili e spazzole. Il marchio è uno strumento importante per i consumatori, li aiuta a orientarsi tra i prodotti, a scegliere consapevolmente. Non è assolutamente uno strumento per ‘proteggere’ il mercato dell’Unione Europea, rendendolo impermeabile alle importazioni”. Stefano Acerbi, presidente di Confartigianato Federazione Moda, non nasconde una certa soddisfazione. Il lavoro è stato tanto, e il monito del Parlamento europeo al Consiglio, rimette nuovamente in moto una macchina che rischiava di spegnersi, soprattutto per l’opposizione di diversi paesi dell’Unione, che non condividono gli obiettivi della normativa, con il risultato di un Europa divisa in due sull’adozione dell’etichetta obbligatoria. Palesemente contrari gli stati del nord Europa (Irlanda, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Danimarca, Germania, Lettonia, Estonia, Svezia, Finlandia, nonché Repubblica Ceca, Austria e Slovenia), uno schieramento che rilette l’orientamento dominante nel settore europeo della distribuzione, che teme che i costi di marchiatura alzino i prezzi di vendita dei prodotti extra europei, e di quella parte dell’industria che ricorre alla delocalizzazione della produzione in paesi terzi. Assolutamente favorevoli tutti gli stati del blocco del Mediterraneo ad eccezione di Malta (Italia, Portogallo, Spagna, Francia, Grecia e Cipro). A questi si aggiungono Ungheria, Polonia, Slovacchia e Lituania, mentre Bulgaria, Romania e Malta non hanno ancora fatto sapere la loro posizione. Dal dicembre del 2005, quando la Commissione Europea ha adottato il regolamento, fino a oggi, il fronte del no ha avuto la meglio e non ha consentito la formazione della maggioranza qualificata per sottoporre il “Made-in” all’esame del Consiglio Europeo. Ma adesso le cose sembrano andare in modo diverso. All’Europarlamento è in corso, infatti, una raccolta di firme trasversale a partiti e schieramenti, per una “dichiarazione” scritta che, se firmata dalla metà più uno degli eurodeputati (393), ha lo stesso valore di una risoluzione approvata dal plenum dell’Assemblea di Strasburgo. Il tempo stringe, perché il 13 dicembre scade il termine per sottoscrivere la dichiarazione. All’ultima rilevazione comunicata ne erano state raccolte 176, tra queste la firma del Presidente dell’Assemblea Hans-Gert Poettering.</p>
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		<title>Il Viceministro Leo a Confartigianato: “Dalla riforma della legge quadro dell’artigianato benefici per crescita e fisco”</title>
		<link>https://www.confartigianato.it/2026/10/il-viceministro-leo-a-confartigianato-dalla-riforma-della-legge-quadro-dellartigianato-benefici-per-crescita-e-fisco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenza Manessi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Oct 2026 13:43:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fisco]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio Leo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Notizie 1 Ottobre 2026·FISCO Il Viceministro Leo a Confartigianato: “Dalla riforma della legge quadro dell’artigianato benefici per crescita e fisco” [&#8230;]</p>
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<p>Se un’azienda italiana esporta i suoi prodotti in Cina, Giappone, Stati Uniti, è obbligata ad apporre il marchio d’origine. Se invece è un’azienda di quei paesi ad esportare in Europa, allora il marchio non serve. Questa in estrema sintesi il cuore del problema alla base del pressing del ministro italiano del Commercio Internazionale e delle Politiche europee Emma Bonino, per accelerare i tempi di approvazione del regolamento comunitario sul marchio d’origine obbligatorio per i prodotti importati in Europa, il cosiddetto “Made-in”, da tempo bloccato sul tavolo del Consiglio dei ministri dei ventisette. Che l’iter di approvazione del regolamento sia fermo da troppo tempo, e che l’azione italiana stia ottenendo ottimi risultati, lo conferma l’Assemblea di Strasburgo che ha sollecitato il Consiglio dell’Unione Europea ad “adottare senza indugio” la proposta di regolamento nell’ambito di una risoluzione sulla sicurezza dei prodotti commercializzati in Europa. “E’ da tempo che siamo impegnati perché l’Europa adotti il nuovo regolamento sul marchio di origine, ovvero l’obbligo di indicazione del paese di produzione per i prodotti importati che appartengono a sette settori merceologici: tessile e abbigliamento, gioielleria, oggetti di ceramica e vetro, scarpe, cuoio, articoli di cuoio e pellicce, mobili e spazzole. Il marchio è uno strumento importante per i consumatori, li aiuta a orientarsi tra i prodotti, a scegliere consapevolmente. Non è assolutamente uno strumento per ‘proteggere’ il mercato dell’Unione Europea, rendendolo impermeabile alle importazioni”. Stefano Acerbi, presidente di Confartigianato Federazione Moda, non nasconde una certa soddisfazione. Il lavoro è stato tanto, e il monito del Parlamento europeo al Consiglio, rimette nuovamente in moto una macchina che rischiava di spegnersi, soprattutto per l’opposizione di diversi paesi dell’Unione, che non condividono gli obiettivi della normativa, con il risultato di un Europa divisa in due sull’adozione dell’etichetta obbligatoria. Palesemente contrari gli stati del nord Europa (Irlanda, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Danimarca, Germania, Lettonia, Estonia, Svezia, Finlandia, nonché Repubblica Ceca, Austria e Slovenia), uno schieramento che rilette l’orientamento dominante nel settore europeo della distribuzione, che teme che i costi di marchiatura alzino i prezzi di vendita dei prodotti extra europei, e di quella parte dell’industria che ricorre alla delocalizzazione della produzione in paesi terzi. Assolutamente favorevoli tutti gli stati del blocco del Mediterraneo ad eccezione di Malta (Italia, Portogallo, Spagna, Francia, Grecia e Cipro). A questi si aggiungono Ungheria, Polonia, Slovacchia e Lituania, mentre Bulgaria, Romania e Malta non hanno ancora fatto sapere la loro posizione. Dal dicembre del 2005, quando la Commissione Europea ha adottato il regolamento, fino a oggi, il fronte del no ha avuto la meglio e non ha consentito la formazione della maggioranza qualificata per sottoporre il “Made-in” all’esame del Consiglio Europeo. Ma adesso le cose sembrano andare in modo diverso. All’Europarlamento è in corso, infatti, una raccolta di firme trasversale a partiti e schieramenti, per una “dichiarazione” scritta che, se firmata dalla metà più uno degli eurodeputati (393), ha lo stesso valore di una risoluzione approvata dal plenum dell’Assemblea di Strasburgo. Il tempo stringe, perché il 13 dicembre scade il termine per sottoscrivere la dichiarazione. All’ultima rilevazione comunicata ne erano state raccolte 176, tra queste la firma del Presidente dell’Assemblea Hans-Gert Poettering.</p>
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