Studi
·

Guerra in Medio Oriente, i rischi per il costo dell’energia e la ripresa degli investimenti nelle MPI

La guerra in Medio Oriente sta generando tensioni sui prezzi dell’energia. Il superamento della barriera dei 100 dollari al barile del prezzo del petrolio Brent non si registrava dall’estate del 2022. Secondo il bollettino di ARERA dell’8 marzo il prezzo del gas TTF è pari a 51,7 euro/MWh (a fronte di una media di 36,4 euro/MWh nel 2025) mentre il prezzo all’ingrosso dell’elettricità (PUN) è del 36,5% superiore alla media del mese di febbraio.

Il prezzo del gasolio self, secondo la rilevazione di Quotidiano Energia del 9 marzo su dati dell’Osservaprezzi del Mimit, in media nazionale sale a 1,972 euro/litro, un livello del 14,4% superiore al prezzo del 27 febbraio, giorno antecedente l’attacco all’Iran da parte degli Stati Uniti e di Israele.

Il monitoraggio e la vigilanza sui mercati dell’energia avviata dal Governo e da ARERA sono particolarmente opportuni, e auspicabilmente andrebbero estesi lungo le filiere, con l’obiettivo di evitare speculazioni e uno shock asimmetrico dei prezzi dell’energia, come quello del 2022 quando, secondo la rilevazione di Eurostat, a novembre di quell’anno i prezzi al consumo dell’elettricità in Italia salivano del 174,7% su base annua a fronte del +39,7% della media dell’Eurozona.

Le conseguenze di uno shock dei prezzi dell’energia – Un aumento persistente dei prezzi di petrolio e gas innalzerebbe il costo dell’energia per famiglie e imprese, mentre un rialzo dell’inflazione potrebbe innescare una stretta monetaria con effetti recessivi. Una maggiore inflazione peserebbe sui consumi delle famiglie mentre i maggiori costi dell’energia e del credito comparirebbero il valore aggiunto creato dalle imprese. Ulteriori segnali recessivi potrebbero arrivare dal calo della domanda internazionale, che ridurrebbe le esportazioni, e dai minori investimenti conseguenti alla maggiore incertezza e al più elevato costo del denaro.

A rischio la ripresa degli investimenti in macchinari – I fattori di rischio potrebbero frenare ulteriormente la ripresa degli investimenti in macchinari e impianti, che giù a fine 2025 presenta un segnale di rallentamento, come evidenziato nel Rapporto Confartigianato Meccanica 2026 presentato giovedì scorso al MECSPE di Bologna: nel quarto trimestre 2025 gli investimenti in macchinari e impianti sono scesi dello 0,2% rispetto il trimestre precedente, mentre salgono del 3,0% su base annua, risultando in decelerazione rispetto al +8,0% del terzo trimestre 2025.

In gioco 42,7 miliardi di euro di investimenti in macchinari delle MPI, essenziali per la doppia transizione – Nelle micro e piccole imprese gli investimenti in macchinari e attrezzature si stimano nel 2025 pari a 42.723 milioni di euro e risultano essenziali nei processi connessi con la doppia transizione, digitale e green. Secondo la rilevazione del Sistema Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, nel 2025 il 46,3% delle micro e piccole imprese ha adottato piani integrati di investimenti nel digitale, con un significativo aumento rispetto al 38,4% del 2024. Inoltre, tra il 2020 e il 2024 il 24,5% delle micro e piccole imprese ha realizzato investimenti green. Questi investimenti in prodotti e tecnologie a maggior risparmio energetico e/o minor impatto ambientale generano maggiori effetti sui costi aziendali, un impatto rilevato nel 65,2% delle imprese investitrici, sul miglioramento prodotti e servizi offerti nel 33,4% dei casi e sull’innalzamento della produttività e dell’efficienza nel 24,2% dei casi.

 

Dinamica investimenti in macchinari e impianti

I trim. 2022-IV trim. 2025, var. % tendenziale (su stesso trimestre anno precedente) e var. % congiunturale (su trimestre precedente) – Elaborazione Ufficio Studi Confartigianato su dati Istat

 

rss