Al via il progetto “Fare Export”. Primo incontro: come organizzare un Ufficio Export in azienda

“Le regole per esportare prodotti oppure servizi non sono diverse tra loro: quello che è importante, per una piccola impresa che intende approcciarsi ai mercati esteri, è farsi assistere da persone competenti che sappiano consigliarle al meglio”.

Ha esordito così il presidente di Confartigianato Imprese Bergamo Giacinto Giambellini nel presentare agli imprenditori e ai consulenti presenti la prima serata del Progetto “Fare Export”, ideato per aiutare le imprese che intendono approcciarsi ai mercati esteri ad approfondire le proprie conoscenze in materia di internazionalizzazione.

Il primo incontro dal titolo “Come organizzare l’Ufficio Export attraverso la consulenza dei Temporary Export Manager” ha cercato di rispondere ai dubbi e alle perplessità delle imprese su come fare per accedere con successo all’export.

“Il mercato internazionale oggi offre tantissime opportunità ma vanno conosciute e vanno studiate – ha confermato il vicepresidente vicario con delega all’Internazionalizzazione Lorenzo Pinetti -. In particolare, per poter ambire a certi mercati, le nostre aziende hanno bisogno di strutturarsi, perché non si può pensare di arrivare dappertutto con le forze che ognuno di noi quotidianamente mette in campo”.

Ad illustrare come organizzare correttamente un Ufficio Export ci ha pensato la Responsabile dell’Ufficio Internazionalizzazione e Competitività di Confartigianato Imprese Bergamo Marina Redondi che ha innanzitutto precisato la differenza tra l’export, cioè la vendita diretta sui mercati esteri di prodotti o servizi, e l’internazionalizzazione, ossia quel più ampio insieme di attività che garantiscono la presenza sul mercato internazionale, tra cui importazione di materie prime, interscambio con fornitori esteri, delocalizzazione, concessione di licenze, ecc.

Entrando nel vivo del tema della serata, Redondi ha quindi spiegato che l’attività commerciale delle imprese all’estero si può suddividere in due macro aree, di cui ha illustrato gli elementi chiave: la gestione del mercato estero (trattative, ordini, contratti) e la ricerca di nuovi clienti, definita anche sviluppo (analisi, promozione, posizionamento, brand identity), attività fondamentale e di solito meno presidiata dalle imprese.

Di seguito ha presentato i ruoli aziendali che si occupano di export ossia l’assistente commerciale, il back office e l’Export Manager. “Queste figure – ha precisato Redondi – sono tutte presenti solo in una situazione ottimale: spesso infatti nelle nostre imprese non è facile disporre di risorse adeguate per assumere un export manager a tempo pieno. In questo caso si può fare riferimento al Temporary export manager, uno specialista che supporta l’imprenditore nel definire le strategie di internazionalizzazione e nell’intraprendere i primi passi verso l’export anche attraverso strumenti digitali. Il vantaggio di questa soluzione è che il Temporary export manager può essere condiviso da più imprese, che riescono così a suddividersi i costi necessari”.

Redondi ha quindi descritto come si svolge la vera e propria attività di export, che parte dall’analisi della situazione e dei punti di forza e debolezza dell’azienda, per poi passare alla “progettazione” di attività e iniziative e al “fare” con la scelta delle strategie di vendita, la segmentazione del mercato e soprattutto la creazione di un database che consenta di raccogliere e condividere le informazioni, i progressi e i motivi delle criticità. Ultimo step è il monitoraggio di quanto compiuto e dei risultati raggiunti.

Un percorso quello verso l’internazionalizzazione che non è semplice e richiede una profonda analisi della propria azienda e dei propri prodotti, unita ad una buona conoscenza del mercato e dei competitor, ma anche degli strumenti a disposizione delle imprese, non ultimi quelli per ottimizzare i processi di lavoro e migliorare la visibilità del brand.

Sul tema hanno portato la propria testimonianza Cristina Frigerio, area manager J Pack Srl (Val Brembilla) e Francesca Fratus, responsabile commerciale Fratus Srl (Grumello del Monte) che hanno descritto il proprio percorso verso l’internazionalizzazione dei processi aziendali.

 Ricordiamo che sono in previsione altre serate: a fine marzo “Come leggere un bando e scrivere un progetto internazionalizzazione”; a fine maggio “Analisi interna e esterna per il posizionamento competitivo”; infine, a ottobre, “Approccio multicanale per la ricerca dei clienti”.

 


Criptoattività nel 6,7% delle famiglie di lavoratori indipendenti. Il webinar di Confartigianato sui cripto asset

L'analisi sul futuro del sistema monetario internazionale delineato nell’ultimo Rapporto annuale della Banca dei regolamenti internazionali evidenzia come lo sviluppo delle valute digitali delle banche centrali si intreccia con la diffusione delle criptoattività. Lo sviluppo di una versione digitale della moneta emessa dalle banche centrali potrebbe fornire molte delle caratteristiche offerte dalle criptovalute, evitando alcuni dei limiti strutturali e dei rischi associate a queste ultime.
La definizione delle cripto-attività
Le criptoattività sono attività digitali che possono essere conservate e trasferite elettronicamente attraverso l’uso di registri crittografati. Tra le tecnologie dei registri distribuiti (DLT distributed ledger technology) la più nota è la blockchain. Per una tassonomia dei gettoni digitali (digital tokens) che usano DLT si veda Caponera A e Gola C., Aspetti economici e regolamentari delle «cripto-attività», QEF di Banca d'Italia, marzo 2019. Le criptoattività non possiedono lo status giuridico e le funzioni della moneta, oltre ad essere caratterizzate da elevata volatilità del prezzo, scarsa liquidità ed elevato fabbisogno di energia per  validare le transazioni tramite blockchain.
La diffusione delle cripto-attività
Secondo una analisi del Financial Stability Board il valore aggregato a livello globale delle cripto-attività è pari a circa l’1% delle attività finanziarie ma, come evidenzia una comunicazione della Banca d’Italia, “la dimensione del fenomeno non sempre rispecchia i rischi potenziali per la stabilità finanziaria”. Nel settembre 2020 la Commissione europea ha proposto per la prima volta una nuova normativa sulle cripto-attività nel Pacchetto per la finanza digitale.

Nella rilevazione della Bce sulle attitudini di pagamento nell’area dell’Euro pubblicata a fine 2022, la detenzione di risorse in registri crittografati è diffusa nel 4% della popolazione europea, con le quote più elevate osservate in Slovenia e Lussemburgo (entrambe con 8%), mentre la diffusione più contenuta si osserva in Italia (2%), Francia e Lituania (entrambe con il 3%).

Una rilevazione condotta sulle famiglie dalla Banca d’Italia ha valutato la diffusione delle criptoattività nel nostro Paese, individuando la detenzione nel 2,2% delle famiglie italiane, con quote più elevate in famiglie con persona di riferimento più giovane (5,7% fino a 45 anni) e con occupazione indipendente (6,7%).

L’importo di criptoattività detenute dalle famiglie è mediamente contenuto. Circa due terzi dei nuclei familiari (67,0%) hanno indicato un possesso entro 5 mila euro - il 30,9% fino a mille euro e il 36,1% tra  mille e 5 mila euro –, un ulteriore 18,7% detiene attività tra 5 mila e 10 mila euro, il 3,4% tra 10 mila e 30 mila euro, mentre l’11,0% ha dichiarato un investimento superiore a 30 mila euro.

Seppur con contorni ancora limitati, la detenzione di criptovalute appare un fenomeno in crescita: l’ultimo Rapporto della Consob sulle scelte di investimento delle famiglie italiane, evidenzia una marcata salita della quota di investitori che acquistano on line le criptovalute, passato dal 2% del 2021 all'8% del 2022.

Ve ricordato che l’uso delle criptovalute viene richiesto in alcuni casi di pagamento di riscatti conseguenti ad attacchi informatici: come evidenziato in una nostra recente analisi, in Italia la richiesta di riscatto in denaro si riscontra nell’11% dei casi di attacco cybercriminale ad imprese italiane, una quota doppia rispetto al 6% della media Ue a 27. Il report dell’attività 2022 della Polizia Postale e delle Comunicazioni e dei Centri Operativi Sicurezza Cibernetica registra un aumento del 128% degli attacchi rilevati contro istituzioni, aziende e privati, oltre a ricordare come “il conflitto russo-ucraino ha comportato una recrudescenza nell’attività di attori ostili”.
Un webinar di Confartigianato il 7 marzo 2023
Con lo scopo di esaminare la disciplina tributaria complessiva delle criptoattività introdotta dall’ultima manovra di bilancio, martedì 7 marzo 2023, alle ore 15, la Direzione Politiche Fiscali di Confartigianato organizza il webinar “La fiscalità dei cripto asset, le novità della  legge di bilancio 2023” . Qui per Informativa n. 10/2023 della Direzione Politiche Fiscali con programma e modalità di iscrizione. La partecipazione al webinar è riservata al Sistema Confartigianato.

 
Detenzione di criptoattività delle famiglie italiane per età e occupazione della persona di riferimento
Marzo-maggio 2022 - Elaborazione Ufficio Studi Confartigianato su dati Banca d’Italia

 

 
Detenzione di criptoattività delle famiglie italiane per classi di importo
Marzo-maggio 2022, % famiglie, importi in euro - Fonte: Banca d’Italia, Bollettino economico 1/2023


Il peso della manifattura sull’occupazione: più elevato in Veneto, Marche, Emilia-Romagna e Lombardia

Nei dodici mesi di guerra la manifattura ha contribuito alla resilienza dell’economia italiana, grazie al buon andamento dell’export e dell’occupazione. Come ha evidenziato la nostra ultima analisi pubblicata su IlSussidiario.net, nonostante una crescita dei prezzi alla produzione più contenuta di 1,4 punti alla media dell'Eurozona, nei dieci mesi di guerra le esportazioni del made in Italy crescono del 19,7%, 1,7 punti in più rispetto alla Francia e addirittura 6 punti in più del +13,7% registrato dalla Germania.

La crisi energetica ha stimolato le imprese ad uno switch verso input di energia meno costosi, oltre che a marcati incrementi di efficienza energetica: tra febbraio e dicembre 2022, nonostante il consumo industriale di gas crolli del 17,0%, la produzione manifatturiera mostra un tenuta (-0,3%). Una ricaduta positiva della drammatica crisi energetica potrebbe, quindi, essere rappresentata da una strutturale riduzione delle emissioni della manifattura italiana.

La tenuta della manifattura potrebbe essere compromessa dagli effetti della stretta monetaria: il maggiore costo del credito – si registra aumento dei tassi di interesse sui nuovi prestiti di 246 punti base tra febbraio e dicembre 2022 - rallenta gli investimenti, influenza negativamente la propensione ad innovare e la dinamica della produttività, ostacolando i processi di  transizione green e digitale delle imprese.
Manifattura e mercato del lavoro: occupazione +2%
La manifattura sta fornendo un contributo al buon andamento del mercato del lavoro, registrando un aumento dell’occupazione del 2,1% su base annua (media annua al terzo trimestre 2022). Tra le maggiori regioni manifatturiere, il maggiore dinamismo si registra in Toscana, Veneto, Lombardia. Il Veneto segna un completo recupero (+3,2%) dei livelli pre pandemia.

L'evoluzione della manifattura nei territori italiani è stata al centro del report “Manifattura in transizione” - con un focus territoriale predisposto in collaborazione con Ufficio Studi di Confartigianato Marche - presentato dall’Ufficio Studi in un evento organizzato da Confartigianato Marche e tenuto nei giorni scorsi presso l’ ISTAO, Istituto Adriano Olivetti di Ancona, presieduto dal Prof. Mario Baldassarri. Nel canale YouTube dell’ISTAO la  presentazione del report  e per rivedere tutto l’evento e qui il servizio sul TGR Marche (da 5'23").
L'occupazione nelle imprese manifatturiere: 20,2% del totale degli occupati
Il peso del lavoro nelle imprese manifatturiere italiane è pari ad un quinto (20,2%) del totale dell’occupazione. In chiave regionale, la quota di occupati manifatturieri è più elevata, con valori superiori ad un quarto dell’occupazione del territorio, in Veneto con 28,6%, Marche con 27,8%, Emilia-Romagna con 27,2%, Lombardia con 26,0% e Friuli-Venezia Giulia con 25,6%. A seguire, con valori superiori alla media, Piemonte 24,8%, Umbria con 22,0% e Toscana con 21,9%.

In chiave provinciale – con una analisi degli ultimi dati relativi al 2021 – indicano che il peso della manifattura, estrattivo, energia e utilities supera un terzo dell’occupazione provinciale a Pordenone con il 37,7% dell’occupazione provinciale, Modena con 37,5%, Arezzo con 37,0%, Belluno con 36,7%, Vicenza con 36,4%, Macerata con 35,0%, Fermo con 34,8%, Bergamo con 34,6%, Mantova con 34,3%, Lecco con 33,6% e Brescia con 33,5%.

 
Peso occupazione manifatturiera per regione
2022 (ultimi quattro trimestri al III 2022), occupazione (B-E) in % occupazione totale - Elaborazione Ufficio Studi Confartigianato su dati Istat

Peso occupazione manifatturiera: le prime 30 province
2021, occupazione (B-E) in % occupazione totale - Elaborazione Ufficio Studi Confartigianato su dati Istat


La settimana di Confartigianato in tre minuti

Il TG@ Flash di Confartigianato per scoprire in appena tre minuti tutte le notizie della settimana sul nostro Sistema, sull’artigianato e sulla micro e piccola impresa italiana.

In questa edizione [clicca qui]:  la battaglia di Confartigianato sul bonus edilizia per sbloccare i crediti incagliati, il sì di Confartigianato alla riforma degli incentivi alle imprese, candidature aperte fino al 14 maggio per il premio Maestri d'eccellenza e nel piano strategico del turismo riconosciuto il ruolo delle produzioni del made in Italy.

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12 mesi di guerra e la resistenza delle imprese italiane. L’analisi di Confartigianato su IlSussidiario.net

 

È passato un anno dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. In questi dodici mesi abbiamo registrato un terremoto sui mercati energetici globali a cui sono seguiti segnali di reazione delle imprese italiane che hanno allontanato, almeno per ora, lo spettro di una stagflazione (recessione con alta inflazione).

L’analisi dell’Ufficio Studi sull’evoluzione dell’economia nel corso della guerra nel cuore dell’Europa è proposta nell’articolo sui 12 mesi di guerra e i segnali di tenuta di un ampio set di indicatori economici a firma di Enrico Quintavalle, pubblicato oggi su IlSussidiario.net.

Nel primo trimestre del 2023 il PIL dell’Italia stimato dalle previsioni d’inverno della Commissione europea è dell’1,6% superiore a quello dell’ultimo trimestre del 2021, precedente allo scoppio della guerra, una performance migliore di quelle di Germania (+1,0%) e Francia (+0,6%).

Nel confronto tra le due maggiori economie manifatturiere europee, a dicembre 2022, al netto della stagionalità, la produzione manifatturiera in Italia è superiore dello 0,7% rispetto a febbraio, in controtendenza rispetto al calo del 3,2% registrato in Germania.

Nonostante una crescita dei prezzi alla produzione più contenuta di 1,4 punti alla media dell'Eurozona, nei dieci mesi di guerra le esportazioni del made in Italy crescono del 19,7%, 1,7 punti in più rispetto alla Francia e addirittura 6 punti in più del +13,7% registrato dalla Germania. Sul mercato dei cambi, nell’anno di guerra si è registrato l’indebolimento dell’euro sul dollaro (-10,8% su base annua).

Nei primi dieci mesi di guerra l'export verso la Russia è sceso di 2,0 miliardi di euro, pari al 30,6% in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, un calo meno accentuato di quello registrato dalla media Eurozona (-45,2%), dalla Germania (-55,1%) e della Francia (-64,6%). Nel dettaglio si sono ridotte di 446 milioni (-23,6%) le vendite di macchinari made in Italy, di 390 milioni (-34,5%) quelle di prodotti della moda e di 309 milioni (-80,8%) quelle di mezzi di trasporto.

Sempre tra marzo e dicembre 2022 la produzione delle costruzioni sale del 10,0% su base annua, a fronte del debole aumento (+0,9%) in Francia e del marcato calo in Germania (-3,6%). L'impulso dell’edilizia si manifesta anche nella demografia di impresa: il settore delle costruzioni contribuisce per il 42,7% al saldo di 48mila unità tra aperture e chiusure di imprese registrate nel 2022 (+0,8%).

La crescente inflazione e il caro bollette spiazza la spesa delle famiglie, con il volume delle vendite al dettaglio tra marzo e dicembre 2022 in discesa dell’1,7% su base annua, mentre nello stesso arco di tempo si consolida il recupero del turismo post pandemia, con le presenze che, tra marzo e novembre 2022, segnano un aumento del 32,1% su base annua.

Nonostante l’indebolimento del clima di fiducia delle imprese, nei mesi successivi all’invasione dell’Ucraina si assiste ad una crescita della domanda di lavoro, in particolare per quello stabile. Tra febbraio e dicembre 2022 gli occupati sono saliti di 260mila unità (+1,1%), grazie all’apporto di 251mila dipendenti in più (+1,4%), aumento completamente determinato dalla componente a tempo indeterminato che cresce di 315mila unità (+2,1%) mentre quella a tempo determinato diminuisce di 64mila unità (-2,1%). Più debole (+0,2%) la spinta sull’occupazione indipendente, il segmento del mercato del lavoro più colpito dalla pandemia (-167mila occupati da febbraio 2020). Nel confronto europeo, tra febbraio e dicembre 2022, il tasso di disoccupazione in Italia è sceso di 0,7 punti percentuali, facendo meglio di Germania e Francia (entrambe con un calo di 0,2 punti). La critica gestione della partita in corso sui bonus in edilizia mette a rischio 157mila addetti nelle micro e piccole imprese delle costruzioni in caso di inesigibilità di 19,3 miliardi di euro di crediti incagliati.

Da luglio 2022 a febbraio 2023 la Bce ha incrementato di 300 punti base i tassi di interesse di riferimento e gli effetti sui tassi pagati dalle imprese sulle nuove operazioni di finanziamento bancario sono già rilevanti, con un aumento di 246 punti base tra febbraio e dicembre 2022. Considerato l'aumento di 148 punti base dei tassi medi sulle consistenze, si stima un maggiore costo del credito per le imprese fino a 50 addetti, su base annua, pari a 5,1 miliardi di euro. In parallelo, si registra la ‘crescita zero’ dei prestiti alle imprese a dicembre 2022, in decelerazione rispetto al +4,7% di agosto e al +1,3% registrato a febbraio 2022. La stretta monetaria rallenta gli investimenti, influenza negativamente la propensione ad innovare e la dinamica della produttività, ostacolando i processi di  transizione green e digitale delle imprese.

La ricaduta della stretta monetaria sono evidenti anche sulla spesa pubblica per interessi: il rendimento medio dei BTP decennali emessi a dicembre 2022 è dell’3,96%, in aumento di 257 punti base rispetto all’1,39% delle emissioni di febbraio.

Con lo scoppio della guerra si è aggravata la crisi energetica iniziata nel 2021, portando al parossistico deragliamento estivo delle quotazioni del gas europeo, con rilevanti ricadute sui costi dei beni energetici acquistati da imprese e famiglie. Sulla base dei dati pubblicati ieri da Eurostat, tra marzo 2022 e gennaio 2023 i prezzi al consumo di beni energetici in Italia salgono del 51,8% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, ben 15,6 punti in più rispetto al +36,2% dell'Eurozona. Nel dettaglio il prezzo del gas è salito del 67,7% e quello dell’energia elettrica addirittura è più che raddoppiato, salendo del 113,7%, a fronte del +21,9% di Germania e al +7,5% della Francia; meno accentuato il caro carburanti, che segna un +15,4%, meno severo del +21,9% dell’Eurozona, ma con il gasolio che sale del 21,3%, un ritmo più che doppio rispetto +9,5% della benzina.

La vistosa differenziazione dell’inflazione energetica e la frammentazione degli interventi anticiclici nei paesi dell’Ue amplia il gap di competitività delle imprese italiane. Nel confronto internazionale aggiornato da Bruegel, gli aiuti statali contro il caro energia in Germania superano di 2,2 punti di PIL quelli dell'Italia, un gap che vale 41,9 miliardi di euro.

Si dilata la bolletta energetica, a seguito del raddoppio (+113,6%) nei primi dieci mesi di guerra delle importazioni di energia, interamente generato dall’aumento dei prezzi di acquisto (+115,0%) mentre i volumi segnano una leggera flessione (-0,7%). Più della metà (52,3%) delle maggiori importazioni energetiche derivano dall’impennata (+163,0%) del valore degli acquisti dall’estero di gas, mentre, tra marzo e dicembre 2022, il volume di gas importato scende dell’1,8% su base annua, combinazione di un aumento del +45,5% dell’import di gas naturale liquefatto (GNL) e di una riduzione del 9,4% del flusso in ingresso attraverso i gasdotti; più che dimezzato il flusso di gas proveniente dalla Russia, controbilanciato dalle immissioni provenienti da Paesi Bassi, Norvegia, Azerbaigian e Algeria, che nel corso del 2022 diventa il primo fornitore di gas dell’Italia.

Infine, da segnalare come la crisi energetica ha stimolato le imprese ad uno switch verso input di energia meno costosi, oltre che a marcati incrementi di efficienza energetica: tra febbraio e dicembre 2022, nonostante il consumo industriale di gas crolli del 17,0%, la produzione manifatturiera mostra un tenuta (-0,3%). Una ricaduta positiva della drammatica crisi energetica potrebbe, quindi, essere rappresentata da una strutturale riduzione delle emissioni della manifattura italiana.