Nel 2025 raddoppiano (+110,8%) le piccole imprese che usano IA. Sulla diffusione pesa la carenza di competenze
Recenti analisi sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale (IA) hanno delineato un gruppo di imprese pioniere. L’analisi dei dati pubblicati questa settimana dall’Istat sull’utilizzo delle tecnologie digitali evidenzia che nel corso del 2025 vi è stata una rapida ed estesa diffusione di questa tecnologia, anche tra piccole imprese, rafforzando quell’intreccio virtuoso tra l’IA e la creatività degli imprenditori sottolineato nella Campagna di tesseramento di Confartigianato per il 2026 “Intelligenza artigiana – Intelligenza creativa”.
Nel 2025, il 16,4% delle imprese con almeno 10 addetti utilizza almeno una tecnologia di intelligenza artificiale (IA) segnando un significativo incremento rispetto all’8,2% del 2024 e al 5,0% del 2023. Aumenta anche la varietà nell’utilizzo delle tecnologie di IA, misurata attraverso l’adozione combinata di almeno due tecnologie. La percentuale di imprese con almeno 10 addetti che utilizza questa combinazione passa dal 5,2% del 2024 al 10,6% nel 2025.
Raddoppiano anche le piccole imprese che usano l’IA, salendo al 14,2% a fronte del 6,9% del 2024 e al 4,4% del 2023. Tenuto conto del trend delle imprese attive, si stima che le piccole imprese che usano l’IA nel 2025 salgono del 110,8%. Nel confronto europeo l’uso dell’IA interessa il 17,0% delle piccole imprese nell’Unione europea a 27, con quote più elevate per Germania (23,1%) e Spagna (17,2%), mentre la diffusione in Francia (15,0%) è più allineata a quella dell’Italia (come anticipato pari al 14,2%).
Analizzando la diffusione delle tecnologie IA per settore di attività economica si evidenziano, con quote particolarmente elevate, il 53% delle imprese attive nell’informatica ed altri servizi d’informazione (era al 36,7% nel 2024 e 23,6% nel 2023), il 49,5% nelle attività di produzione cinematografica, video e programmi televisivi, di registrazioni musicali e sonore (28,3% nel 2024 e 11,1% nel 2023) e il 37,3% delle telecomunicazioni (27,6% e 13,3% nelle edizioni precedenti).
Tra le imprese che utilizzano IA, le tecnologie più comuni riguardano l’estrazione di conoscenza e informazione da documenti di testo (70,8%), la IA generativa relativa sia al linguaggio scritto o parlato che a immagini, video, suoni/audio (59,1%) e la conversione della lingua parlata in formati leggibili da dispositivi informatici attraverso tecnologie di riconoscimento vocale (41,3%). Seguono l’IA per l’analisi dei dati con tecniche di machine learning (20,0%), per il riconoscimento delle immagini (17,8%) e l’automatizzazione dei flussi di lavoro (17,5%) e per il movimento fisico delle macchine (5,9%).
Gli ambiti aziendali in cui l’intelligenza artificiale viene adottata più frequentemente sono il marketing e le vendite (33,1%), l’organizzazione dei processi amministrativi (25,7%) e l’area della ricerca e sviluppo o innovazione (20,0%).
Tra le imprese che non utilizzano IA ma ne hanno preso in considerazione l’utilizzo (11,5% del totale) gli ostacoli principali evidenziati riguardano la mancanza di competenze (58,6%), la carenza di chiarezza legislativa (47,3%), l’indisponibilità o la scarsa qualità dei dati necessari (45,2%), le preoccupazioni relative alla privacy e alla protezione dei dati (43,2%), i costi elevati (43,0%) e considerazioni etiche (25,7%). Inoltre, il 14,8% delle imprese ritiene che l'adozione dell'IA non sia utile, una percentuale lievemente superiore rispetto al 14,3% del 2023.
Difficile reperimento dei lavoratori con competenze per gestire la IA – L’analisi della domanda di lavoro monitorata dal Sistema Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali conferma una diffusa carenza di competenze digitali avanzate, quelle necessarie in processi aziendali che utilizzano tecnologie quali intelligenza artificiale, cloud computing, Industrial Internet of Things (IoT), data analytics e big data, realtà virtuale e aumentata e blockchain.
Nel 2024 per 686.110 entrate di lavoratori previste dalle imprese di manifattura, costruzioni e servizi in Italia è elevata la richiesta di competenze digitali avanzate (capacità di applicare tecnologie digitali per innovare e automatizzare i processi di importanza medio-alta e alta), di cui 367.370, pari al 53,5%, sono di difficile reperimento.
Il quadro territoriale proposto nel 20° Rapporto annuale di Confartigianato ‘Galassia Impresa, l’espansione dell’universo produttivo italiano’, evidenzia una difficoltà di reperimento superiore alla media per i lavoratori con elevata richiesta di competenze digitali avanzate in Trentino-Alto Adige con il 70,2% delle figure in esame che sono difficili da reperire, Friuli-Venezia Giulia con il 64,6%, Umbria con il 63,6%, Abruzzo con il 58,2%, Valle d'Aosta con il 57,9%, Marche con il 57,5%, Emilia-Romagna e Toscana entrambe con il 57,4%, Veneto e Piemonte entrambe con il 56,5% e Lazio con il 53,8%.
In ventisei province le imprese segnalano difficoltà nel reperimento di oltre 6 di 10 lavoratori con elevata richiesta di competenze digitali avanzate: Provincia Autonoma di Bolzano (71,7%), Trieste (69,3%), Provincia Autonoma di Trento (68,1%), Cuneo (67,8%), Gorizia (67,5%), Udine (67,2%), Biella (65,9%), Asti (64,9%), Belluno (64,8%), L'Aquila (64,3%), Prato (64,1%), Perugia (63,7%), Teramo (63,1%), Terni (62,8%), Vicenza (62,6%), Piacenza e Sondrio (entrambe a 62,3%), Arezzo (62,2%), Padova (62,0%), La Spezia e Viterbo (entrambe a 61,3%), Modena e Rieti (entrambe a 60,9%), Macerata (60,7%) e Alessandria e Ancona (entrambe a 60,2%).
Quota delle piccole imprese utilizzatrici di IA in Italia e Ue 27
2023-2025, % imprese 10-49 addetti - Elaborazione Ufficio Studi Confartigianato su dati Eurostat
I segnali up&down della congiuntura a fine 2025. L’analisi su IlSussidiario.net
Si avvicina la fine dell’anno, e per l’economia e le imprese italiane è tempo di bilanci. L’analisi delle tendenze della congiuntura nell’ultimo scorcio del 2025 è proposta nell’articolo I numeri del 2025/ Come sono andate l’economia e le nostre imprese: ecco un bilancio tra segni più e meno a firma di Enrico Quintavalle, responsabile dell’Ufficio Studi di Confartigianato, pubblicato su il Sussidiario.net.
Si chiude un anno dominato dall’incertezza che ha indebolito le prospettive di crescita. Le tensioni geopolitiche e il protezionismo statunitense compromettono la ripresa della manifattura e delle esportazioni. Sono in risalita gli investimenti totali, grazie al maggiore dinamismo degli investimenti in macchinari e agli interventi del PNRR. Rimane tonico il mercato del lavoro, sostenuto dalla maggiore crescita degli occupati nel Mezzogiorno. Migliora il trend dei consumi delle famiglie, pur rimanendo ancora sottotono. In attesa delle decisioni di politica monetaria del Consiglio della BCE di questa settimana, la pausa nel calo dei tassi di riferimento ha visto un ritorno alla crescita del costo del credito per le imprese, mentre una politica fiscale prudente fornisce un supporto limitato ai processi di crescita.
L’attività manifatturiera non è ancora indirizzata su uno stabile sentiero di ripresa. L’indice della produzione, dopo il segnale positivo di settembre (+2,7% su agosto), ad ottobre torna a scendere (-1,0%) e nei primi dieci mesi del 2025 cumula una flessione dell’1,0% su base annua. Nei primi nove mesi del 2025 ristagnano (+0,5%) le esportazioni del made in Italy, valutate al netto del farmaceutico. Le prospettive di minori esportazioni negli Stati Uniti conseguenti ai dazi del 15% si sono già concretizzate in alcune delle maggiori regioni esportatrici. Sempre al netto delle transazioni del farmaceutico, influenzate dagli acquisti delle case madri statunitensi, l’export negli Stati Uniti segna forti cali per Piemonte (-9,5%), Emilia-Romagna (-8,3%), Campania e Veneto (entrambe con -6,7%). Un impatto secondario indotto dai dazi statunitensi è quello della maggiore aggressività dei prodotti cinesi: a settembre 2025 l’import dalla Cina sale del 26,8% su base annua e nei primi nove mesi cumula un aumento del 20,1%.
L’aggiornamento dei conti nazionali delinea il consolidamento della ripresa degli investimenti che nel terzo trimestre del 2025 salgono del 5,1%, accelerando la crescita del 3,2% del secondo trimestre dell’anno. Nel confronto internazionale il ritmo dell’accumulazione di capitale in Italia è doppio del +2,7% della media Ue, mentre ristagna in Francia (+0,5%) e Germania (crescita zero).
In particolare, gli investimenti in macchinari e impianti, strategici per le imprese impegnate nella doppia transizione digitale e green, salgono del 7,6% migliorando il +0,8% del secondo trimestre dell’anno.
Rimane in positivo l’attività delle costruzioni, che beneficia degli interventi del PNRR, mentre si registrano ancora incertezze per i consumi delle famiglie. Nei primi tre trimestri del 2025 gli investimenti in fabbricati non residenziali e altre opere crescono del 15,2% mentre la spesa per consumi delle famiglie segna un aumento dello 0,9%, migliorando il +0,7% del 2024.
L’Istat conferma il buon andamento del turismo estivo: il terzo trimestre 2025, turisticamente il più importante dell’anno, registra un incremento delle presenze negli esercizi ricettivi italiani pari a +2,5% rispetto al medesimo periodo del 2024. La crescita è sostenuta dalle presenze dei turisti stranieri (+5,0%), mentre quelle dei turisti residenti sono sostanzialmente stabili (-0,3%).
A ottobre 2025 il numero di occupati è in crescita dello 0,3% rispetto al mese precedente. L’occupazione aumenta anche rispetto a ottobre 2024 (+224mila occupati in un anno), sintesi della crescita dei dipendenti permanenti (+288mila) e degli autonomi (+123mila) e del calo dei dipendenti a termine (-188mila). Secondo i dati su base territoriale pubblicati giovedì scorso dall’Istat, si conferma il traino del Mezzogiorno: nei primi nove mesi del 2025 l’occupazione nelle regioni meridionali segna una crescita del 1,7%, un tasso quasi triplo del +0,6% dei territori del Centro-Nord. Nel trimestre estivo luglio-settembre l’occupazione nel Sud e Isole sale dello 0,8% mentre ristagna (-0,1%) nel Nord e scende dello 0,8% nel Centro.
L’incertezza determina un ulteriore peggioramento delle previsioni delle assunzioni delle imprese, che per il trimestre dicembre 2025 – febbraio 2026 sono in calo del 6,4% su base annua.
Sul piano delle politiche economiche, il mancato taglio dei tassi di interesse nelle ultime tre sedute del Consiglio della BCE mantiene elevato il costo del denaro e penalizza la ripresa in corso degli investimenti. A ottobre il costo del credito per le imprese sale al 3,61% (era 3,51% a settembre) e rimane di 198 punti base superiore al livello precedente all’avvio della stretta monetaria (giugno 2022).
Si consolida la crescita dei prestiti alle imprese, che a ottobre salgono dell’1,3% su base annua, confermando il trend di settembre, ma risultando meno intensa rispetto al +2,9% registrato in Eurozona. Secondo gli ultimi dati disponibili, a metà 2025 persiste un pesante calo (-5,0%) dei prestiti alle piccole imprese.
La manovra di bilancio, comprensiva della riprogrammazione PNRR, prevede interventi per 21,6 miliardi di euro all’anno nel triennio 2026-2028, con effetti espansivi limitati: sostanzialmente neutra nel 2026 a fronte di 0,1 punti di maggiore crescita del PIL nel 2027 e nel 2028. Il deficit già nel 2025 raggiunge il limite del 3% del PIL e nel 2026 scende al 2,8%, nel 2027 al 2,6% per arrivare al 2,3% nel 2028. Prosegue la salita del rapporto saldo primario/PIL che al termine del periodo di programmazione, nel 2028, arriva all’1,9%, recuperando il valore pre-pandemia del 2019.
La manovra conferma la traiettoria di riduzione del rapporto debito/PIL a partire dal 2027 (-0,1 punti) per proseguire nel 2028 (-0,9 punti). L’Italia mantiene un sentiero in linea con il trend programmato della spesa primaria netta, come previsto dalle nuove regole europee, con un aumento dell’1,6% nel 2026, dell’1,9% nel 2027 per tornare al +1,6% nel 2028. Come indicato dall’Ufficio parlamentare di bilancio “l’utilizzo pressoché integrale dello spazio di bilancio disponibile espone al rischio di non avere a disposizione ulteriori risorse per far fronte a esigenze impreviste”.
Elaborazione Ufficio Studi su dati Banca d'Italia, BCE, Commissione europea, Corte dei conti, Eurostat, Istat, Mef, Unioncamere-MDLPS e Upb
Mani Future, il 17 dicembre la scuola diventa bottega: studenti e artigiani insieme in un'esperienza inclusiva
Domenica 17 dicembre alle 10.00 l’IPSEOA “Enrico Gagliardi” di Vibo Valentia accoglierà l’evento conclusivo di “Mani Future: dove il sapere si tocca, si condivide e si trasforma”, un’iniziativa ideata e realizzata da Confartigianato Imprese Vibo Valentia in collaborazione con Ancos APS e con il Polo Professionale “Gagliardi – De Filippis – Prestia”. L'attività ha coinvolto gli indirizzi Moda, Gastronomia, Ottico, Odontotecnico, Agraria, Elettronica e Meccanica in un percorso che ha portato studenti, artigiani e docenti a lavorare fianco a fianco, trasformando la scuola in un laboratorio condiviso. Confartigianato ha svolto un ruolo decisivo, mettendo a disposizione professionisti, competenze e testimonianze che hanno permesso agli studenti di confrontarsi con i mestieri del territorio e con la cultura del “saper fare”, mentre Ancos ha contribuito a rendere il progetto un’esperienza inclusiva e aperta alla comunità, favorendo la partecipazione degli studenti con disabilità. Durante l’evento saranno presentati i manufatti e gli elaborati prodotti negli scambi laboratoriali e sarà raccontato il percorso che ha condotto alla “Fiera delle Mani”, risultato finale del progetto. La mattinata prevede la partecipazione della Dirigente dell’IPSEOA Prof.ssa Eleonora Rombolà, del sociologo e giornalista Dott. Maurizio Bonanno, del Responsabile CSA Dott. Roberto Lofaro, del Vescovo della Diocesi di Mileto–Nicotera–Tropea S.E. Attilio Nostro, del Giudice del Tribunale per i Minorenni di Catanzaro Dott. Massimo Barbieri, del Segretario di Confartigianato Vibo Valentia Nicola Raffaele, del Presidente Nazionale Ancos Enrico Inferrera, della Presidente Ancos Vibo Valentia Prof.ssa Maria Concetta Arango, della Presidente dei Giovani Imprenditori di Confartigianato e imprenditrice del settore benessere Caterina La Marca e del maestro artigiano Antonio Gigliotti. È previsto anche un videomessaggio del Presidente Nazionale di Confartigianato Marco Granelli. L’appuntamento offrirà una panoramica concreta sull’incontro tra scuola, artigianato e mondo del lavoro, sottolineando il ruolo della manualità come strumento educativo e come opportunità per costruire il futuro professionale dei giovani.
Moda, il punto sulla congiuntura tra dazi, consumi deboli e investimenti per la doppia transizione
Il 2025 si chiude per la moda italiana sotto il segno di una congiuntura complessa, aggravata dall’impatto dei dazi e da un quadro macroeconomico incerto. Il settore – che conta 79 mila imprese e oltre 456 mila addetti, con una presenza di 40 mila imprese artigiane (50% delle imprese) – mostra segnali di fragilità diffusa, ma evidenzia anche importanti elementi di resilienza e trasformazione. L’analisi del settore è stata delineata nel report ‘La congiuntura delle imprese della moda nell’anno dei dazi’ presentato da Licia Redolfi dell'Osservatorio MPI Confartigianato Lombardia il 9 dicembre 2025 a Milano nel corso di un evento organizzato da CSM - Camera Showroom Milano, associazione partner di Confartigianato Moda, in occasione dell’anniversario dei cinque anni dalla sua fondazione. Qui per scaricare il report.
Il report evidenzia il trend della produzione nei primi 9 mesi del 2025 ancora in calo del 6,3%, più marcata del calo del 4,5% della media UE, ma di intensità inferiore rispetto al 2024 (-11,6%), tendenza che dovrebbe mantenersi anche nei prossimi mesi in quanto le attese sugli ordini sono ancora negative, con un saldo di -7,2 a novembre 2025 ma in miglioramento rispetto al -10,9 del mese precedente. Tutte i settori della moda registrano cali di produzione, con criticità più marcate nella pelle (-11,8%), mentre emergono segnali positivi nella fabbricazione di tessuti a maglia (+3,6%) e nella biancheria intima (+2,2%). Il rallentamento riguarda l’intera filiera della moda europea, ma in Italia risulta più acuto rispetto ai principali partner UE. Nel confronto europeo, lo ricordiamo, l’Italia è al 1° posto in Ue a 27 per occupati della moda.
La crisi del settore è conseguenza anche di una domanda interna debole (-2,1% nel 2024 per i consumi di abbigliamento e calzature), di vendite al dettaglio in riduzione (-1,2% nei primi 10 mesi del 2025) e di esportazioni in flessione (-3,6% nel primo semestre del 2025), con cali più marcati negli scambi extra-UE (–7,6%) e in particolare verso Svizzera, Russia e Cina. Tengono invece gli Stati Uniti, un mercato con prospettive condizionate dai dazi, mentre crescono la Germania, Polonia ed Emirati arabi uniti. Tra le conseguenze della crisi del settore l'elevato numero di cessazioni di impresa, 10 al giorno nel terzo trimestre 2025, di cui l’84,3% sono imprese artigiane. Il fenomeno si riverbera negativamente anche sui livelli occupazionali.
Indicatori sotto pressione anche sul mercato del credito: mentre il costo del denaro per le imprese italiane a settembre 2025 rimane di 188 punti base superiore al livello di giugno 2022, precedente alla stretta monetaria, i prestiti alle imprese moda diminuiscono del 6,4%, un calo tra i più severi della manifattura.
Accanto alle criticità, il report mette in luce traiettorie di cambiamento che rafforzano il profilo competitivo del made in Italy. La qualità intrinseca delle produzioni cresce: nel confronto con il 2019, i valori medi unitari dell’export moda aumentano molto più dei prezzi alla produzione, segnale di un posizionamento alto di gamma sempre più consolidato. Inoltre, il settore della moda è attivo nelle due principali transizioni in atto, digitale e green, indirizzando gli investimenti su competenze, innovazione e tecnologie: il 60% delle imprese della moda ha avviato investimenti in tecnologie digitali, mentre il 51% ha investito in competenze green. In particolare, sul fronte digitale la prossima frontiera è l'intelligenza artificiale (IA), con il 7% delle imprese della moda a fare da pioniere di questa tecnologia, utilizzandola soprattutto nella gestione economico-finanziaria, nel marketing e a supporto dei processi di e-commerce.
Nonostante un quadro congiunturale complesso, tengono (+0,3%) le previsioni di assunzione nel trimestre novembre 2025–gennaio 2026, pur con un’elevata difficoltà di reperimento del personale (58%).
Il quadro che emerge è quindi bifronte: da un lato la pressione combinata di dazi, costi finanziari, consumi deboli e chiusure aziendali; dall’altro la capacità delle imprese – in particolare quelle artigiane – di continuare a investire in qualità, sostenibilità e digitale, che restano i veri asset per traghettare il settore verso una nuova fase di competitività.
Dinamica della produzione nei settori della Moda: Italia e UE
Variazione % annuale 2024 e variazione % primi 9 mesi 2025, indice corretto con giorni lavorativi. Ateco 2007: 13, 14 e 15 - Elaborazione Ufficio Studi Confartigianato su dati Eurostat
Dinamica tendenziale dell'export prodotti moda verso principali 20 Paesi partner
Variazione % tendenziale del valore nel I sem. 2025 (decrescenti) e nel 2024 - Elaborazione Ufficio Studi Confartigianato su dati Istat
Extra costo dell’energia elettrica per le MPI da 5,4 miliardi €. Al top Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna
Le recenti previsioni dell’Autumn economic forecast della Commissione europea delineano per l’Italia una crescita del PIL che si ferma al +0,8% sia nel 2026 che nel 2027 a fronte del +1,4% nel 2026 e del +1,5% nel 2027 nella media dell’UE a 27. Dopo che nell’ultimo triennio 2021-2024 - caratterizzato dagli effetti della guerra in Ucraina e dalla stretta monetaria più severa della storia dell’euro - il PIL dell’Italia ha cumulato una crescita del 6,6%, superiore di 1,5 punti alla media UE, tra il 2024 e il 2027 l’economia italiana frena, registrando la più bassa crescita tra i 27 paesi dell’UE. Un elevato costo dell’energia, in particolare nella manifattura, è uno dei fattori che pesano sulla bassa crescita, come ha sottolineato il 20° Rapporto annuale di Confartigianato ‘Galassia Impresa, l'espansione dell’universo produttivo italiano’ pubblicato in occasione della Assemblea annuale. Nel corso di un recente evento Confartigianato ha posto il riflettore sulle cause e le soluzioni per il caro-energia che penalizza le micro e piccole imprese italiane e il Presidente Marco Granelli ha ribadito la necessità di “ristabilire equilibrio ed equità nel costo dell’energia pagato dalle imprese”, denunciando come “le piccole imprese non possano essere considerate un bancomat”.
Le dimensioni dell’extra costo dell’energia elettrica per le MPI - L’Italia è la seconda economia manifatturiera dell’Unione europea, ma sale al primo posto per occupati nelle micro e piccole imprese (MPI) manifatturiere. La competitività di questo sistema di imprese è compromessa dall’elevato costo dell’energia. Nel primo semestre 2025 il prezzo dell'energia elettrica pagato nelle classi di riferimento delle MPI in Italia - consumi fino a 2.000 MWh, comprensivo di accise, oneri e al netto dell’IVA - è pari a 28,46 centesimi di euro al KWh e supera del 24,3% la media UE di 22,90 centesimi, risultando il più elevato tra le prime dieci economie manifatturiere europee. Applicando il differenziale di prezzo con le imprese dell’UE a 27 per le rispettive classi di consumo, si stima che le imprese con consumi inferiori a 2.000 MWh pagano un extracosto di 5.393 milioni di euro. Le imprese più penalizzate sono quelle di minor dimensione: le imprese con consumi inferiori a 20KWh, che pagano un prezzo dell’energia elettrica del 34,5% superiore alla media UE, sono gravate da un extracosto di 2.492 milioni di euro.
La distribuzione territoriale dell’extra costo Nel corso del webinar ‘I territori al centro del 20° Rapporto annuale’ la presentazione del focus territoriale - qui per scaricare le slides – si delinea a livello regionale, un maggior extracosto in Lombardia con 1.021 milioni di euro (18,9% del totale), pari a 0,22% del PIL della regione, seguita da Veneto con 563 milioni (10,4%), pari a 0,31% del PIL, Emilia-Romagna con 496 milioni (9,2%), pari a 0,27% del PIL e Puglia con 410 milioni (7,6%), pari a 0,47% del PIL (3° maggior peso tra le regioni).
A livello provinciale l’extracosto dell’energia elettrica nei settori di MPI sono pari o superano i 100 milioni di euro a: Brescia con 192 milioni di euro (3,6%), pari a 0,38% del PIL della provincia, Milano con 177 milioni (3,3%), pari a 0,08% del PIL, Napoli con 155 milioni (2,9%), pari a 0,23% del PIL, Taranto con 144 milioni (2,7%), pari a 1,18% del PIL (il maggior peso tra le province), Bergamo con 143 milioni (2,6%), pari a 0,33% del PIL, Torino con 129 milioni (2,4%), pari a 0,16% del PIL e Verona con 119 milioni (2,2%), pari a 0,33% del PIL, Vicenza con 100 milioni (1,8%), pari a 0,29% del PIL e Treviso sempre con 100 milioni (1,8%), pari a 0,30% del PIL.
Sul divario di costo pesa un carico per accise e oneri elevato e squilibrato - Nel primo semestre del 2025 il prelievo fiscale e parafiscale sul costo dell’energia elettrica per le MPI in Italia supera del 68,0% quello medio europeo. Sono più penalizzate le imprese con consumi entro i 20 MWh, dove il gap arriva al 92,5%, oscilla tra il 35 e il 65% per consumi fino a 20.000 MWh, mentre il divario diventa relativamente vantaggioso per le imprese italiane di maggiore dimensione con consumi più elevati. Sulla base di questo andamento, il carico fiscale e parafiscale sull'elettricità acquistata dalle imprese nella prima classe di consumo (fino a 20 MWh, classe IA) è 17,9 volte quello nella classe di consumo più elevata (oltre 150.000 MWh, classe IG), ampiamente superiore alle 4,0 volte registrate nella media UE.
L’analisi dei dati sull’andamento dei prezzi delle commodities sottolinea la presenza di fattori distorsivi della concorrenza sul mercato dell’energia italiano che amplificano lo spiazzamento competitivo delle MPI. Il trend discendente del prezzo all’import di petrolio e gas riporta la media dei primi sei mesi dell’anno al di sopra di un limitato 2,2% al livello del 2021, precedente allo scoppio della crisi energetica. In parallelo, nei primi sei mesi del 2025 il prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica (PUN) è del 4,5% inferiore alla media del 2021. Nonostante la bolla dei prezzi si sia completamente sgonfiata per le commodities importate e nel mercato all’ingrosso, si osserva una coda lunga della crisi energetica sui costi delle imprese: nel primo semestre del 2025 il prezzo dell’energia elettrica pagato dalle MPI rimane superiore del 36,8% i livelli pre-crisi, confermando la prolungata pressione sui costi subita dal sistema produttivo italiano.
Prezzi energia elettrica delle imprese con consumi fino a 2.000 MWh nei primi 10 paesi UE a 27 per addetti in MPI
% addetti manifattura su totale UE (2023) e prezzi al I semestre 2025 in centesimi di euro/kWh, al netto di IVA - Elaborazione Ufficio Studi Confartigianato su dati Eurostat
Extracosto per differenza di prezzo Italia-UE 27 dell’energia elettrica per MPI
Anno 2025. Milioni di euro - Elaborazione Ufficio Studi Confartigianato su dati Eurostat, Arera e Terna
Peso oneri e accise sul prezzo dell’elettricità in Italia e UEa 27 per classe di consumo
Primo semestre 2025, % sul prezzo Iva esclusa - Elaborazione Ufficio Studi Confartigianato su dati Eurostat





