15 Settembre 2009, h. 00:00

Summer School 2009, la rappresentanza ai tempi della crisi

La crisi rappresenta un punto di rottura con il passato, un’inversione di tendenza nelle consuetudini sociali e nelle prassi economiche valide fino a quel momento. In uno scenario simile, non mancano opportunità e possibilità per chi ha testato la tenuta del proprio modello imprenditoriale. Da questa convinzione è partito il confronto tra governo, opinione pubblica e mondo imprenditoriale italiano all’indomani di una crisi economica e finanziaria che ha dimostrato, senza possibilità di replica, la necessità di trovare “il coraggio per riformare quegli schemi che fanno la fortuna di poche ed esclusive minoranze”, come ha sottolineato il Presidente di Confartigianato Imprese, Giorgio Guerrini. Summer School 2009, tavola rotonda sulla rappresentanza e sulle dinamiche socio-economiche del nostro Paese. Sul palco della Sala convegni dell’ATA Hotel Villa Pamphili di Roma sono intervenuti Luigi Mastrobuono, Capo di gabinetto del Ministero dello Sviluppo economico, Dario Di Vico, editorialista di quel Corriere della Sera che ha abbracciato la causa delle Pmi con un’inedita passione, e Giorgio Guerrini, Presidente di Confartigianato Imprese, la più rappresentativa Organizzazione italiana dell’artigianato e della micro e piccola impresa. Quando il picco massimo della crisi sembra ormai alle spalle, “la sensazione ed i numeri statici dimostrano che la recessione ha colpito maggiormente alcuni settori produttivi, su tutti il manifatturiero. E’ un momento di difficoltà che dura da tempo, che non è ancora concluso e che si è abbattuto principalmente sul Made in Italy, quello che vive di export”. L’analisi di Giorgio Guerrini parte da queste considerazioni. “L’artigianato ha sofferto e continua a farlo, ma la crisi ne ha evidenziato anche la capacità di tenuta. Nonostante la netta contrazione del fatturato e del Pil nazionale – ha continuato – non c’è stata un’altrettanto drastica diminuzione del numero delle imprese e degli addetti occupati. In uno scenario simile, però, noi che veniamo dalla cultura del fare non abbiamo visto una relazione tra ciò che è stato detto e ciò che è stato realmente fatto per liberare l’Italia dai vincoli che ne bloccano lo sviluppo. A cominciare dalle liberalizzazioni, che hanno portato risultati apprezzabili soltanto in pochi e marginali settori della nostra economia”, ha denunciato il Presidente Giorgio Guerrini. Citando le tesi della più recente enciclica di Papa Benedetto XVI, “Caritas in Veritate”, Guerrini ha sottolineato la necessità di “porre il bene comune come obiettivo dell’azione politica”. “In Italia, il bene comune non è l’industria – ha rilanciato Dario Di Vico, analista del più autorevole quotidiano italiano, il Corriere della Sera – e la crisi ha dimostrato l’assoluta autoreferenzialità dell’industria nazionale. Il progresso e la modernità venivano generalmente accostati alla grande produzione industriale. La crisi, invece, ha dimostrato che questo schema culturale va cambiato. L’industria ha dimostrato la propria autoreferenzialità, il terziario ha dimostrato di essere un secondo bluff. Soltanto la micro e piccola impresa – ha aggiunto Di Vico – ha dimostrato di essere reale, di essere carne ed ossa dell’economia italiana. La rappresentanza delle Pmi deve riuscire a tesaurizzare ciò che la crisi ha evidenziato. Personalmente – ha concluso l’editorialista del Corriere della Sera – vedrei bene la nascita di un soggetto unico di rappresentanza dei piccoli imprenditori italiani. L’importante – ha aggiunto – è non commettere lo stesso errore commesso dai tre sindacati dei lavoratori, che hanno sacrificato la rappresentanza a favore del potere”. Di rottura con il passato, cogliendo le opportunità offerte dalla crisi finanziaria, ha parlato anche Luigi Mastrobuono, Capo di gabinetto del Ministero dello Sviluppo economico. Nessun dubbio, nessuna indecisione per il collaboratore del ministro Scajola, “la crisi ci impone di cambiare determinate logiche operative. La forza e l’incisività della rappresentanza della micro e piccola impresa – ha spiegato il dirigente ministeriale – passa per le reti d’impresa e per il legame con i territori, per la capacità aggregativa delle imprese. E’ opportuno coltivare una cultura di orientamento all’internazionalizzazione. Un obiettivo a cui devono mirare anche le Camere di Commercio, giunte ormai alla conclusione di un lungo periodo di prova dopo la riforma avviata più di dieci anni fa. Non voglio giudicare l’operato delle CCIAA, ma sono convinto che queste possano fare di più e meglio rispetto ad oggi”. Innovazione e cambiamento che Mastrobuono pensa essere introdotti anche nella mappatura della rappresentanza della micro e piccola impresa italiana, con un esplicito riferimento al “patto del Capranica”, stretto dalle cinque Organizzazioni dell’artigianato e del commercio, Confartigianato, CNA, Casartigiani, Confcommercio e Confesercenti. “Credo sia giunto il momento di pensare ad iniziative profondamente innovative, che rompano in maniera decisa con il passato. Non credo alle alleanze tra le Organizzazioni di rappresentanza. Sarebbe opportuno, piuttosto, arrivare ad un soggetto unico di rappresentanza della piccola imprenditoria italiana”. Tesi condivisa anche dal Presidente di Confartigianato Imprese, Giorgio Guerrini, secondo cui “è giunto il momento per pensare ad un soggetto unico capace di muoversi in maniera rapida e decisa, univoca ed efficace, pronto a rappresentare gli interessi di una categoria” che ha saputo reggere l’urto di una crisi economico-finanziaria che ha invece fatto tabula rasa di altri settori produttivi.

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