12 Novembre 2009, h. 00:00

Conciliazione, politica, cultura e società a confronto sui tempi della famiglia e del lavoro

Se si volesse riassumere la vasta gamma di proposte politiche emerse durante la Convention di Donne Impresa in un’unica parola, questa, probabilmente, sarebbe conciliazione. Titolo e filo conduttore della tavola rotonda della seconda giornata di lavori, il dibattito sulla conciliazione tra tempi imprenditoriali e tempi della famiglia ha coinvolto Anna Maria Corazza Bildt, imprenditrice e parlamentare europea, Annamaria Serafini, Vicepresidente della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza del Senato, Francesca Pelaia, dirigente del Servizio interventi per la conciliazione del Consiglio dei Ministri, e Alessandro Rosina, professore di Demografia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Il primo a rompere gli indugi nel confronto moderato dalla giornalista televisiva, Mariella Zezza, è stato il professor Rosina, che ha denunciato le difficoltà tutte italiane “di attuare efficaci politiche di conciliazione, nonostante le ottime opportunità di sviluppo e ricchezza create” da iniziative di questo tipo. “In Italia – ha continuato – c’è bisogno di un intervento deciso della classe politica per aprire una nuova stagione di iniziative per la conciliazione e per avviare una rivoluzione culturale necessaria per abbattere gli ostacoli che ne impediscono lo sviluppo in Italia”. Curioso, inoltre, il dato fornito da Rosina sulle mancate nascite nel nostro Paese. “Negli ultimi 30 anni – ha detto – sono circa 6 milioni i bambini non nati” a causa di un welfare che non aiuta le giovani famiglie a mettere al mondo figli. Una legge sulla conciliazione esiste, però, è il decreto ministeriale 53/2000. C’è chi la critica, come il Ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali, Maurizio Sacconi, e chi la sostiene, come Francesca Pelaia, dirigente del Servizio interventi per la conciliazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri. “La 53/2000, e più in particolare l’articolo 9, è una norma buona per i bisogni emergenti e per sperimentare soluzioni efficaci, percorribili e risolutive. Ora, però, bisogna fermarsi per analizzarne le criticità come gli aspetti positivi. In Italia – ha sottolineato – esistono limiti strutturali all’affermazione dell’autoimprenditorialità, soprattutto femminile. Esiste ancora una differenza sostanziale tra trattamento delle lavoratrici dipendenti e autonome”. La libertà di scegliere una maternità, e la conseguente astensione dal lavoro, è un diritto della donna, e non esclusivamente delle lavoratrici dipendenti. “Oggi, la norma sulla sospensione per maternità è obbligatoria esclusivamente per il lavoro dipendente”, ma il recente impegno dimostrato in questa direzione dal Ministero del Lavoro dimostra “l’affermazione, o quantomeno l’inserimento, del tema della conciliazione nell’agenda politica italiana”. Sul territorio, però, le regioni che hanno lavorato in questa direzione si contano sulle dita di una mano. “Emilia Romagna, Veneto, Toscana e Piemonte, dove è stato accolto il 100% dei progetti previsti dall’articolo 9 della 53/2000, sono le realtà regionali che hanno aperto in maniera più decisa alla conciliazione”. “Investire sul capitale umano è dare una spinta alla produttività e allo sviluppo del Paese. L’Europa l’ha capito, noi ancora no – ha debuttato senza mezzi termini la senatrice Annamaria Serafini – Nonostante le gravi difficoltà economiche, la Francia e la Germania hanno investito in maniera decisa sugli asili nido. E in Italia?”. In Italia la nascita di un asilo nido che segua i ritmi scanditi dai tempi dell’imprenditorialità, che riesca ad assecondare i bisogni e le necessità delle mamme imprenditrici è un episodio più unico che raro. Un’eccezione che, a Prato, è nata dall’iniziativa dell’Associazione provinciale di Confartigianato. “L’albero del melograno – Centro per l’infanzia e la famiglia” è un asilo nido aziendale compatibile con i tempi di lavoro delle mamme imprenditrici, che offre l’opportunità di “accompagnare i bambini anche di pomeriggio, secondo le esigenze dei nostri orari di lavoro”, come ha ricordato Rosa Gentile, Presidente di Donne Impresa. “L’Italia chiude il Ministero per la famiglia, investe il 20% in meno della media europea per le politiche familiari e non crede davvero al lavoro delle donne”, ha ripreso la senatrice Serafini. “Il nostro è un welfare di tipo mediterraneo, che investe poco sulla famiglia e ancor meno sui servizi. Per queste ragioni – ha concluso – il nostro Paese ha uno dei tassi di disoccupazione femminile tra i più bassi d’Europa ed un tasso demografico che inizia a farsi davvero preoccupante”. Ma è stata Anna Maria Corazza Bildt a spostare l’attenzione del convegno sulla “fondamentale importanza di avviare un dibattito sociale, prima ancora che politico, sulla dignità della donna. Senza questo passaggio non si può neanche pensare alla definizione di leggi”, ha aggiunto la parlamentare europea prima di presentare le tipicità del welfare svedese. “In Svezia esiste uno straordinario sistema sociale esclusivamente per le lavoratrici dipendenti. Per le imprenditrici, invece, non esiste un sistema di garanzie sociali altrettanto efficace. Recentemente, però, anche la politica svedese sta discutendo di estendere quei diritti anche alle lavoratrici autonome. Non è un caso, infatti, se la parte più importante del pacchetto anticrisi varato dal Governo svedese è dedicata alla formazione delle donne, una leva decisiva per la ripresa ed il rilancio economico di tutto il Paese”. Una tesi apprezzata dalle oltre 150 imprenditrici presenti al Centro Congressi Capranica e da Alessandro Rosina, che ha rilanciato l’argomento sottolineando come “la bassa incidenza di occupazione in Italia priva l’intero Paese di una fetta consistente di opportunità economiche ed occupazionali, in termini di ricchezza e di produttività. Lavoro femminile che porterebbe ricchezza in primo luogo ai bilanci delle famiglie italiane”. “Occorre un nuovo modello sociale con cui affrontare questi temi. Come molti studi hanno diomostrao, ad esempio, la conciliazione rappresenta un efficace investimento sociale – ha sottolineato Francesca Pelaia chiudendo la tavola rotonda – Ogni euro investito nella conciliazione, infatti, genera un ritorno di 16 euro”.

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