11 Maggio 2011, h. 13:32

Assemblea 2011 Sintesi della relazione di Giorgio Guerrini, Presidente di Rete Imprese Italia

Rete Imprese Italia: 2.600.000 imprenditori che credono nella crescita

Casartigiani, CNA, Confartigianato, Confcommercio, Confesercenti, insieme, hanno dimostrato che, qualcosa, in questo Paese, può cambiare. Si può lavorare uniti in nome del bene comune. Si possono difendere le ragioni delle imprese senza perdere di vista l’interesse complessivo del  Paese, e così far ripartire la crescita economica.

Siamo un esempio che spero diventi un modello comune di azione tra tutti coloro che possono contribuire a dare impulso e forza all’economia dell’Italia e speranze concrete agli imprenditori e ai lavoratori.

Noi, e mi riferisco ai 2 milioni 600.000 imprenditori che Rete Imprese Italia rappresenta, alla crescita ci crediamo e continuiamo a crederci, nonostante tutto.

I nostri imprenditori – dell’artigianato, del commercio, del turismo, dei servizi, delle micro, piccole e medie imprese, dell’impresa diffusa – rappresentano il 94,7% del totale delle aziende italiane, impiegano il 58,5% della forza lavoro e contribuiscono al 60% della ricchezza prodotta nel Paese. Siamo la più grande impresa italiana.

Abbiamo bisogno di Giovani, di Regole e di Politica

Noi siamo l’espressione di un mondo imprenditoriale che innerva la struttura economica, sociale, personale dell’Italia e che ha bisogno di Giovani, di Regole, di Politica!

Investire sul futuro dei giovani, infatti, è il primo dovere di chi ha la responsabilità di guidare il Paese.

2 milioni di ragazzi che non studiano, non lavorano e non cercano lavoro sono uno “spreco” intollerabile. E intanto, nel 2010, il 26,7% delle imprese italiane non è riuscito a trovare personale per le qualifiche richieste!

Di questo passo il nostro Paese rischia di bloccarsi, invecchierà senza riuscire a trasferire saperi e competenze. Impariamo ad insegnare ai ragazzi che nell’impresa c’è un futuro gratificante, facciamo dialogare il sistema della formazione e il mondo del lavoro. La scuola deve ritrovare la capacità di capire talenti e attitudini, assumendosi la responsabilità di orientarli.

Meno annunci e maggiore concretezza: assumiamoci tutti l’impegno di farlo!

Abbiamo anche bisogno di regole per un corretto funzionamento del mercato. Da quanto attendiamo riforme che liberalizzino davvero i servizi pubblici, che accorcino davvero i tempi della giustizia civile, che ristabiliscano davvero il rispetto della legalità? Nel frattempo i cittadini e le imprese continuano a pagare i costi più alti d’Europa, ad esempio, per energia, assicurazioni, smaltimento rifiuti. Continuiamo a sborsare cifre enormi a causa della lunghezza dei procedimenti civili. Continuiamo a pagare le drammatiche conseguenze dei condizionamenti delle diverse forme di illegalità, dal sommerso all’abusivismo alla criminalità organizzata.

La crescita si costruisce con regole chiare e, soprattutto, recuperando la politica nel suo significato più nobile e autentico di ricerca del bene comune, con una gestione della cosa pubblica attenta e vicina alla gente, agli imprenditori.

Serve la riforma della legge elettorale che restituisca ai cittadini il diritto di scegliere chi li rappresenta

E’ tempo di restituire agli elettori il diritto di scegliere chi, alla guida del Paese, ne rappresenterà le istanze di crescita. In questo senso noi crediamo profondamente nella necessità di pervenire ad una riforma della legge elettorale che riporti la scelta dei rappresentanti nelle mani dei cittadini mediante uno stretto collegamento con il territorio, correggendo l’attuale sistema che di fatto rende gli eletti dei “nominati” dai vertici dei partiti.

Questa è la politica nel suo senso proprio e con questa ritrovata capacità sarà possibile attuare quelle politiche di cui la società e l’economia hanno tanto bisogno.

Rete Imprese Italia chiede 7 politiche per la crescita del Paese e per rimettere le Pmi al centro dello sviluppo: Semplificazione, Innovazione, Lavoro e Welfare, Mezzogiorno, Europa, Credito, Fisco

Abbiamo accolto con favore l’approvazione del decreto sviluppo da parte del Governo, pur con la necessità di verificarne la reale portata e la sua effettiva attuazione. Ma riteniamo importante che si sia imboccata una strada di provvedimenti reali e concreti per il sistema economico.

Le micro, piccole e medie imprese, l’impresa diffusa, devono tornare al centro delle strategie di sviluppo del Paese, al centro degli interventi per rilanciare la competitività.

Le possibilità di rilancio fanno leva su 7 politiche che Rete Imprese Italia ritiene imprescindibili. Sette politiche che chi governa il Paese deve praticare subito, con determinazione e senza tentennamenti.

Politiche di semplificazione per avere uno Stato ‘leggero’ che liberi gli imprenditori da vincoli e adempimenti che costano 20 miliardi l’anno e fanno perdere 3 mesi di lavoro

Semplificazione, per noi di Rete Imprese Italia, è uno Stato ‘leggero’ che si fida dei cittadini e che libera gli imprenditori da vincoli e adempimenti che costano oltre i 20 miliardi l’anno.

Semplificazione significa analizzare preventivamente l’impatto delle norme sulle imprese e applicare criteri di proporzionalità e gradualità in base alla dimensione d’impresa e al settore d’attività quando si introducono nuovi obblighi. È questa la cosiddetta “regolamentazione intelligente”, promossa dallo Small Business Act.

Significa concentrare i controlli pubblici a valle dell’apertura di un’impresa, evitare agli imprenditori la perdita di circa 3 mesi di lavoro l’anno per compilare scartoffie che non servono a nessuno, nemmeno alla Pubblica Amministrazione che le richiede.

Semplificazione significa risparmiare risorse pubbliche, dando spazio alla sussidiarietà e affidando ai privati la gestione dell’istruttoria amministrativa che certifica la conformità delle imprese alle normative vigenti.

Per scongiurare l’effetto della “tela di Penelope”, occorre, sul terreno della semplificazione, un impegno coerente, coeso e convinto di tutti i livelli di governo. Del Governo nazionale, delle Regioni, degli Enti locali.

Politiche dell’innovazione per favorire l’accesso alle conoscenze

Non si cresce senza robuste dosi di rinnovamento non solo tecnologico ma anche, e soprattutto, organizzativo.

Le nostre imprese lo sanno bene e, al contrario di quanto si crede, contribuiscono a mantenere elevata la qualità made in Italy con una costante e “silenziosa” attività di miglioramento dei servizi, dei prodotti e dei processi produttivi.

Troppo spesso però gli sforzi dei nostri imprenditori si svolgono in solitudine, si scontrano con la scarsità di risorse finanziarie, la complessità della burocrazia nel campo della brevettazione, la difficoltà a reperire risorse umane qualificate e a rapportarsi con centri di ricerca ed Università.

Ecco perché sono necessarie politiche che abbiano le imprese come loro principale orizzonte regolativo, che favoriscano l’innovazione in tutte le sue forme, l’accesso alle conoscenze, la condivisione delle conoscenze, misure stabili di agevolazione fiscale e creditizia che  diano valore alle innovazioni, in particolare alle innovazioni che nascono all’interno delle aggregazioni imprenditoriali costituite da micro, piccole e medie imprese e dall’impresa diffusa.

Politiche del lavoro per sciogliere i nodi che, dalla formazione agli ammortizzatori sociali, bloccano le potenzialità occupazionali

Sono necessarie politiche del lavoro che, dalla formazione agli ammortizzatori sociali, finalmente affrontino e sciolgano tutti i nodi che oggi bloccano le potenzialità occupazionali e mantengono distanti domanda e offerta.

Rete Imprese Italia è convinta che il lavoro vada rilanciato attraverso la stabilizzazione ed il rafforzamento delle misure di detassazione del salario variabile che premiano la maggiore produttività, attraverso incentivi fiscali e normativi per chi assume, attraverso la promozione delle forme di partecipazione dei lavoratori come la bilateralità.

La strada intrapresa dal Governo è quella giusta ma va percorsa con decisione. Il tasso di occupazione italiano resta, nonostante alcune positive riforme avviate negli ultimi anni, al di sotto della media europea.

Abbiamo circa 3 milioni di donne che vorrebbero lavorare, ma non lo fanno. Abbiamo più di 2 milioni di giovani fuori dal mercato del lavoro. Il traguardo posto dal Piano Nazionale Riforme di arrivare al 67-69% di occupati impone di affrontare senza ulteriori indugi tutte le cause di fondo all’origine degli squilibri della situazione italiana.

Ci sono ancora troppe rigidità in entrata ed in uscita dal mercato del lavoro, troppi vincoli all’organizzazione ed utilizzazione del lavoro.

Per lo più abbiamo privilegiato politiche passive, di stampo assistenziale, rispetto ad interventi attivi di aiuto e sostegno a cercarsi un’occupazione. Il sistema di istruzione e formazione professionale di fatto non prepara all’ingresso nel mondo del lavoro.

Possiamo uscire da questo modello asfittico puntando su nuove forme di contrattazione collettiva che si occupino a pieno titolo, e senza rigidità normative, di orario di lavoro, part-time, periodo di prova, apprendistato, contratti di inserimento, produttività del lavoro. La soluzione migliore consiste nell’abbandonare il vecchio schema del contratto unico ed è già stata realizzata con i nuovi modelli contrattuali dell’artigianato e del terziario.

Occorre promuovere, anche con incentivi normativi ed economici, i sistemi di relazioni sindacali che valorizzino appieno le potenzialità offerte dalla bilateralità sul terreno del mercato del lavoro e per una riforma degli ammortizzatori sociali ispirata alla sussidiarietà e al protagonismo delle parti sociali.

La buona occupazione inizia da una buona formazione. Va dunque affrontata con urgenza la questione del mantenimento del livello di competenze e conoscenze di imprese e lavoratori. Ed ecco allora la necessità di valorizzare il contratto a contenuto formativo per eccellenza, l’apprendistato. Nutriamo forti aspettative che la riforma dell’apprendistato che il Ministro Sacconi ha presentato nei giorni scorsi, riconoscendo la centralità dell’azienda come luogo formativo, possa contribuire a formare i giovani in quelle competenze e professionalità che le aziende richiedono.

Modernizzare il mercato del lavoro significa anche avere un sistema di ammortizzatori sociali che accompagni i lavoratori nelle crisi e che li aiuti con politiche attive a ricollocarsi. Dobbiamo rivedere il nostro modello di welfare, che oggi è molto protettivo per gli inclusi, di fatto inconsistente per gli esclusi.

Politiche per il Mezzogiorno: puntare sulla voglia di fare impresa

Da decenni parliamo di questione meridionale. Tutti indichiamo ‘ricette’ per lo sviluppo e poi non cambia nulla.

Noi diciamo che bisogna ripartire dalle risorse e dalle energie positive che esistono e sono vitali nel Mezzogiorno, nella prospettiva di una loro valorizzazione.

I dati mostrano che, nonostante straordinarie difficoltà, nel Sud c’è anche una forte crescita di giovani imprenditori. Questo significa una cosa sola: per far ripartire lo sviluppo del Mezzogiorno, bisogna puntare sulle imprese, bisogna sostenere la voglia di fare impresa che nel Sud non manca.

È positivo quindi il nostro giudizio sulle disposizioni del Decreto Sviluppo che introducono un credito d’imposta per il Sud: si tratta di un intervento molto opportuno, che può contribuire a scuotere un mercato del lavoro che registra drammatici tassi di disoccupazione giovanile e femminile.

Il Sud ha bisogno di essere connesso al resto d’Italia, al resto del mondo. Nuove politiche per il Mezzogiorno significano migliori infrastrutture materiali e immateriali, un credito che dia fiducia a chi vuole fare impresa, significa reti di legalità in grado di collegare e valorizzare le esperienze positive, significa un presidio del territorio che coinvolga la società civile contro la piaga dell’illegalità diffusa.

La legalità è una vera e propria precondizione dello sviluppo del Sud, basti pensare a quanto il fenomeno dell’usura sia corrosivo e soffocante per una economia che vive già in reali difficoltà di contesto. In particolare, ci attendiamo che la modifica del tasso di usura annunciata nel decreto sviluppo non si traduca in un generalizzato aumento degli spread e consenta invece di aumentare la disponibilità di credito per le imprese marginali e per quelle più esposte al rischio usura.

Politiche comunitarie: un ‘patto europeo’ per 23 milioni di Pmi

Le Pmi europee sono circa 23 milioni, rappresentano il 99,8% di tutte le imprese europee ed il 67,1% dei posti di lavoro nel settore privato. PMI ed impresa diffusa costituiscono, quindi, la struttura portante dell’economia reale e dei processi di sviluppo territoriali dell’Unione.

Per questo è indispensabile un ‘patto europeo’ per le Pmi e per l’impresa diffusa che abbia come presupposto un impegno serio e costante affinché ci siano un’attenzione e un’azione molto più incisive e continuative da parte delle Istituzioni comunitarie.

Noi siamo convinti che potremo superare la difficile fase congiunturale se verrà sostenuto e valorizzato, nei fatti e in tutti i Paesi dell’Ue, il modello imprenditoriale delle piccole e medie imprese e dell’impresa diffusa. In questo senso l’Italia, che vanta la più alta densità imprenditoriale al mondo e il maggior numero di PMI e di imprese diffuse, può dare una grande ‘lezione’.

Politiche del credito: limitare le rigidità di Basilea 3 e ricostruire il rapporto banche-imprese all’insegna della fiducia

Non facciamoci distrarre da modelli astratti come quello che si sta accreditando nell’evoluzione di Basilea 3 che temiamo finirà per causare un ulteriore peggioramento nell’entità delle garanzie richieste alle piccole imprese ed all’impresa diffusa.

Per questo Rete Imprese Italia sta partecipando attivamente, insieme all’Abi, a Confindustria e ad Alleanza Cooperativa, al confronto con il Commissario Barnier sulla limitazione delle rigidità collegate alle norme di Basilea 3.

Bisogna ricostruire il rapporto tra banche e sistema delle imprese all’insegna della collaborazione e della fiducia reciproca. L’imprenditore non può essere considerato soltanto una pratica da ‘misurare’ con gli aridi parametri di Basilea.

Con i criteri usati dalle banche italiane la Microsoft non esisterebbe, perché Bill Gates non avrebbe avuto i finanziamenti per avviare la sua attività!

Le banche, tutte le banche, devono imparare a dare fiducia agli imprenditori, devono sostenerli concretamente nei loro sforzi per agganciare la ripresa.

Oltre ad un rafforzamento del Fondo centrale di garanzia per le Pmi, è importante individuare strumenti per favorire la patrimonializzazione dei Confidi, eccezionale strumento di mutualità e di sussidiarietà che, al pari degli Enti bilaterali, dimostra l’efficacia del modello di rete e di aggregazione insito nel patrimonio genetico delle piccole imprese italiane.

Politiche del fisco: giù le tasse su lavoro e imprese e semplificare gli adempimenti

Non si cresce senza la riduzione reale e significativa del peso del fisco, in primo luogo in termini di aliquote e in secondo luogo in termini di adempimenti. La politica fiscale è decisiva per restituire fiducia in un rilancio della nostra economia.

Tutte le azioni che si possono fare in favore dell’impresa diventano solo “pannicelli caldi” se non si procede con la “madre” di tutte le riforme, vale a dire la riduzione della pressione fiscale.

Un fisco più semplice, dunque, non basta. Non possiamo sopportare una pressione fiscale che, in termini reali, è pari ad oltre il 50%!

La diminuzione della pressione fiscale è la priorità del Paese e deve essere accompagnata da una concreta riduzione della spesa pubblica insieme ad una lotta all’evasione da condurre senza pregiudizi e valorizzando lo strumento degli studi di settore.

Abbiamo apprezzato il positivo cambio di marcia da parte del Governo che, grazie al lavoro di concertazione con le Organizzazioni imprenditoriali, nel Decreto sviluppo ha recepito l’esigenza di abbassare la pressione burocratica sulle imprese. Le positive misure di snellimento degli adempimenti tributari non esauriscono tuttavia le aspettative degli imprenditori e devono preludere ad una riforma che, mettendo mano all’impianto generale della tassazione, si ponga obiettivi ambiziosi: innanzitutto la riduzione della pressione fiscale sul lavoro e sulle imprese e la semplificazione radicale del sistema.

Guardiamo con attenzione al federalismo fiscale anche se avvertiamo sempre più forte il rischio che i principi della riforma vengano travolti nella loro attuazione, generando ancora maggiore complessità nella gestione dei tributi e un ulteriore aumento delle tasse. Il rischio esiste. Lo abbiamo denunciato quando abbiamo criticato la reintroduzione della tassa di soggiorno ed il meccanismo dell’IMU. Siamo fortemente preoccupati, perché la tassa di soggiorno penalizza la competitività del nostro sistema turistico. E siamo fortemente preoccupati che la nuova imposta destinata a sostituire l’Ici sulle seconde case e sugli immobili produttivi provochi un innalzamento della pressione fiscale sulle imprese. Le stime dei nostri Uffici studi ci fanno temere, nell’ipotesi peggiore ma realistica che i Comuni applichino l’aliquota del 10,6 per mille, un aggravio fiscale sugli immobili strumentali posseduti dalle imprese pari a circa 3 miliardi di euro.

Mi auguro che il federalismo possa concretizzarsi nella sua forma e nei risultati migliori, attraverso una responsabilizzazione di tutti i livelli di governo locali e il superamento dei costi storici. Il federalismo deve razionalizzare e rendere trasparente l’attività amministrativa, deve favorire il rapporto con i cittadini e gli imprenditori. E’ l’ultima possibilità che abbiamo. Non possiamo fallire.

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