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Confartigianato Calzaturieri: serve piano straordinario per governare la transizione e salvare la filiera calzaturiera artigiana Made in Italy

Si è tenuto il 13 aprile, nella cornice della Sala degli Archi di Villa Torlonia a San Mauro Pascoli, in provincia di Forlì-Cesena, un vertice decisivo per il futuro del Distretto Calzaturiero del Rubicone. Davanti ad una folta platea, le Associazioni imprenditoriali e le Organizzazioni Sindacali, insieme ai vertici delle istituzioni locali e regionali, hanno condiviso una preoccupazione comune e urgente: il manifatturiero romagnolo attraversa una fase di grave difficoltà e richiede interventi tempestivi per tutelare il tessuto produttivo e i livelli occupazionali del territorio.

All’incontro, moderato da Gian Paolo Castagnoli del Corriere Romagna, hanno preso parte la Presidente Confartigianato Calzaturieri Katia Pizzocaro, Daniele Polidori (Assocalzaturifici), Doriana Marini (Presidente Nazionale CNA Federmoda) e i Segretari Nazionali Cinzia Maiolini (Filctem-CGIL), Raffaele Salvatoni (Femca-CISL) e Livia Raffaglio (Uiltec-UIL). Al tavolo delle istituzioni il Sindaco di San Mauro Pascoli Moris Guidi, il Vicepresidente della Regione Emilia-Romagna Vincenzo Colla e il Presidente della Camera di Commercio della Romagna Carlo Battistini.

I dati elaborati dall’Ufficio Studi Confartigianato su fonte Istat e Unioncamere-Infocamere fotografano una situazione di grave difficoltà strutturale. La produzione tessile, abbigliamento e pelli ha segnato un -5,5% nel 2025 rispetto all’anno precedente, calo più severo del -0,5% della media manifatturiera, anche se in attenuazione rispetto al -11,8% del 2024. A gennaio 2026 la contrazione si attesta ancora a -3,9%. L’export di moda ha segnato -1,9% nel 2025 e un allarmante -7,4% a gennaio 2026.

Il comparto calzaturiero, cuore pulsante del distretto, riflette e amplifica queste dinamiche. Secondo i dati Confartigianato, nel 2025 la produzione di calzature scende del 6,9%, con un crollo cumulato del 39,1% tra il 2019 e il 2025. In Italia operano 7.769 imprese del settore per 69.855 occupati e un fatturato di 12,7 miliardi di euro. Le imprese artigiane sono 3.687, il 45,5% del totale, con 17.102 addetti: quasi un addetto su quattro del settore lavora nell’artigianato.

Sul fronte export, nel 2025 le esportazioni di calzature ammontano a 11,7 miliardi di euro, con una sostanziale stabilizzazione (-0,3%) sostenuta dal +2,5% verso i mercati UE. A pesare negativamente è però la performance delle regioni del distretto: le Marche segnano -5,7% e l’Emilia-Romagna -5,9%, in controtendenza rispetto alla crescita di Toscana (+9%) e Lombardia (+7,9%). I dazi americani, entrati in vigore nell’agosto 2025, hanno invertito una traiettoria positiva: l’export verso gli USA era cresciuto del 6% nei primi sette mesi, per poi scendere del 1,9% nella seconda parte dell’anno. A ciò si aggiunge il rischio della crisi in Medio Oriente, che mette in pericolo un mercato che nel 2025 vale oltre 590 milioni di euro per le sole calzature.

La Presidente Pizzocaro ha portato al tavolo la voce delle imprese artigiane, inquadrando la crisi in un contesto più ampio di “crisi di transizione”. “Siamo nuovamente in una tempesta perfetta. Ma a differenza di altri comparti industriali europei ormai in crisi irreversibilmente strutturale, come l’automotive, il settore moda può ancora contare su un interesse dei consumatori e sulla consapevolezza dei temi su cui costruire il futuro. Il nostro onere è trasformare quella che fino ad ora è stata resilienza in ripartenza.”

La Presidente ha ricordato come l’Italia sia il principale polo europeo della calzatura, primo tra i 27 paesi UE per occupati nella fabbricazione di calzature, con un peso delle micro e piccole imprese del 54,7%, quasi dieci punti sopra la media europea. Una leadership fondata sull’artigianato che oggi rischia di essere erosa dalla somma di crisi energetica, concorrenza sleale, delocalizzazione dei brand e pressione del fast fashion.

Pizzocaro ha presentato un piano strategico articolato in otto punti, con cui Confartigianato intende contribuire al rilancio dell’intera filiera moda:

  1. Certificazione Unica di Legalità nella Filiera della Moda

Per combattere subappalti irregolari, lavoro sommerso e false dichiarazioni di origine che penalizzano chi rispetta le regole, Confartigianato chiede l’introduzione di un sistema certificativo unico basato su tracciabilità, trasparenza, sanzioni efficaci e adeguata remunerazione a tutti i livelli della filiera. La legalità deve diventare un vantaggio competitivo, non un costo aggiuntivo.

  1. Riqualificazione degli impianti produttivi

Un piano straordinario per l’efficientamento energetico e la transizione digitale, con incentivi per impianti di autoproduzione da rinnovabili, accesso al credito rafforzato e investimenti equiparati alla formazione del personale. L’impresa artigiana che si modernizza non smette di essere artigiana: è pronta a competere nel futuro.

  1. Ricambio generazionale

Agevolazioni bancarie e fiscali per startup che rilevano laboratori artigiani e fondi dedicati a progetti di transizione intergenerazionale, con il riconoscimento del ruolo formativo del maestro artigiano.

  1. Salvaguardia delle filiere calzaturiere e tutela del Made in Italy

Particolare attenzione alle fasi critiche — taglio, preparazione, assemblaggio — oggi fortemente colpite dalla crisi. Confartigianato chiede una definizione normativa chiara del Made in Italy legata alle fasi principali di produzione, strumenti di accesso al credito per le imprese a monte della filiera e incentivi al “local contest” per valorizzare chi acquista materie prime italiane.

  1. Contrasto all’ultra fast fashion

Non attraverso tassazioni facilmente aggirabili, ma applicando agli importatori gli stessi standard di sostenibilità ambientale e salubrità imposti alle produzioni italiane. “Ci diamo regole di sostenibilità e poi facciamo entrare di tutto”, ha sottolineato Pizzocaro.

  1. Responsabilità Estesa del Produttore

La normativa EPR nel tessile è condivisibile nel principio, ma non deve scaricare oneri sproporzionati sulle piccole imprese artigiane. Le soglie di applicazione devono tenere conto delle dimensioni aziendali e le risorse generate devono alimentare filiere di riciclo che coinvolgano attivamente l’artigianato.

  1. Ammortizzatori sociali adeguati

Le imprese artigiane della moda restano esposte a crisi cicliche con strumenti di tutela inadeguati rispetto all’industria. Confartigianato chiede il rafforzamento della Cassa Integrazione per le artigiane, procedure più snelle e misure specifiche per il settore moda che ne riconoscano la ciclicità strutturale.

  1. Incentivi al consumo sostenibile

Un bonus sugli acquisti di prodotti tessili e calzaturieri certificati come sostenibili e prodotti in Italia, campagne di educazione al consumo consapevole e incentivi per il riuso e la riparazione. Comprare artigianale italiano non è un atto di lusso: è un atto di cultura e responsabilità.

Alle tensioni geopolitiche si sommano l’impennata dei costi energetici, la contrazione dei consumi e una riorganizzazione globale dei modelli produttivi. Il punto di massima criticità riguarda gli ammortizzatori sociali: con le riserve di ore ormai esaurite, le parti chiedono uno strumento straordinario di sostegno al reddito — una “Cassa Moda” con l’azzeramento dei contatori — per evitare licenziamenti collettivi e chiusure storiche.

Il Vicepresidente della Regione Emilia-Romagna Vincenzo Colla ha sollecitato con forza la convocazione urgente del Tavolo della Moda a livello nazionale presso il Ministero del Made in Italy. Il Sindaco di San Mauro Pascoli Moris Guidi ha ribadito: “Non possiamo permetterci di attendere oltre, poiché ne va della sopravvivenza del nostro distretto della calzatura.”

Difendere il distretto significa difendere un patrimonio unico di dignità e qualità del Made in Italy. Le imprese artigiane della moda italiana — colonne portanti del sistema manifatturiero — non possono farcela da sole. Hanno bisogno di politiche industriali all’altezza di un settore strategico.

 

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