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Spirito Artigiano esplora sfide e opportunità della transizione green per le Mpi

È online il nuovo numero di Spirito Artigiano Magazine dedicato all’analisi dell’impatto dei cambiamenti climatici sull’economia, il lavoro e il territorio. Il titolo, provocatorio e diretto, “Il clima è cambiato. E noi?“, introduce una riflessione profonda sul ruolo che le piccole e medie imprese, e in particolare l’artigianato, possono e devono giocare di fronte all’emergenza climatica.

Mentre il dibattito scientifico sulle cause è ormai concluso, come sottolineato nell’editoriale di presentazione, la vera sfida oggi è l’adattamento. La transizione ecologica non può essere vissuta solo come un insieme di vincoli e costi, ma deve trasformarsi in una concreta opportunità di sviluppo, innovazione e crescita per il tessuto produttivo diffuso. Il numero raccoglie voci autorevoli dal mondo dell’impresa, della ricerca, della cultura e dell’associazionismo, offrendo prospettive complementari su questo tema cruciale.

Ad aprire la riflessione è Marco Granelli, Presidente di Confartigianato Imprese. Il suo contributo invita a guardare alla sostenibilità non come a un mero adeguamento normativo o tecnologico, ma come a una profonda trasformazione delle relazioni: tra persone e imprese, tra economia e ambiente, tra generazioni. Per un’impresa, la responsabilità si misura ogni giorno nel rapporto con il mercato, i dipendenti, il territorio e le generazioni future. La sostenibilità, nella sua accezione più profonda, consiste nel non distruggere i presupposti relazionali e ambientali che rendono possibile continuare a creare valore nel tempo. Questo approccio è insito nella cultura artigiana, dove la tecnologia è al servizio delle competenze e l’energia non è solo un costo, ma una questione di autonomia e resilienza. Granelli conclude con un richiamo alla responsabilità generazionale: non basta trasferire competenze, bisogna creare le condizioni perché i giovani possano e vogliano raccogliere il testimone, custodendo e trasformando il patrimonio ricevuto.

L’economista e sociologo Mauro Magatti traccia una rotta per l’adattamento che bilancia regolazione dall’alto (top-down) e iniziativa dal basso (bottom-up). Analizzando l’estate record del 2026, Magatti evidenzia l’insostenibilità economica dell’approccio emergenziale, che costa più della prevenzione. Critica l’approccio top-down del Green Deal europeo, fondato su un eccesso di regolazione che spesso soffoca le piccole imprese e rischia di favorire concorrenti globali che agiscono con logiche diverse (massicci incentivi negli USA, pianificazione industriale in Cina). Magatti propone di rafforzare l’approccio bottom-up: valorizzare la conoscenza situata e l’intelligenza di chi abita e conosce il territorio. La cura dei luoghi non è un lusso, ma una condizione perché l’economia possa andare bene. L’obiettivo deve essere un’integrazione intelligente: istituzioni che creano le condizioni normative ed economiche (una regolazione semplificata e proporzionata) e soggetti sociali (come le PMI artigiane) che generano soluzioni concrete, superando l’alternativa tra ambiente e sviluppo.

Lo scrittore Roberto Saviano porta l’attenzione su un rischio specifico legato alla transizione energetica: l’infiltrazione mafiosa nel business delle rinnovabili. Citando intercettazioni e inchieste, Saviano dimostra come le mafie non siano diventate ecologiste, ma siano attratte dalle rendite garantite da incentivi opachi e procedure burocratiche complesse. La concorrenza criminale è sleale per definizione: l’impresa mafiosa non ha bisogno del profitto immediato, serve per riciclare e può lavorare in perdita, schiacciando gli imprenditori onesti. Saviano sottolinea il ruolo cruciale dei “facilitatori” — tecnici e professionisti che si insinuano nelle pieghe della burocrazia. Tuttavia, fermare l’eolico o la transizione sarebbe una follia. “Dobbiamo cacciare il criminale, non la turbina”, afferma Saviano. La soluzione sta nel “vivere normale”, nella legalità diffusa e nel dare diritti ai lavoratori: la trasparenza e la regolarità sono le principali armi contro l’invisibilità, che è la vera materia prima delle organizzazioni criminali.

Il Direttore del Dipartimento Nucleare dell’ENEA, Alessandro Dodaro, sposta il focus sulle tecnologie per la decarbonizzazione, riaprendo il dibattito sul nucleare sostenibile in una prospettiva di neutralità tecnologica. Di fronte alla domanda crescente di energia e all’intermittenza delle fonti rinnovabili, Dodaro sostiene che un mix bilanciato, che integri un nucleare di nuova generazione, sia fondamentale per raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050 a costi competitivi. La svolta è rappresentata dai piccoli reattori modulari (SMR e AMR), flessibili, realizzabili in fabbrica e assemblabili in loco. Questi reattori offrono vantaggi rivoluzionari in termini di flessibilità, economia circolare (possibilità di riutilizzare il combustibile esausto) e applicazioni industriali, come la produzione di calore ad alta temperatura per settori hard-to-abate (ceramica, vetro, metallurgia) e idrogeno verde. Nonostante l’assenza di produzione nazionale, Dodaro ricorda che “l’Italia è il più nucleare fra i Paesi non nucleari al mondo”, grazie a un’eccellenza industriale che non si è mai fermata. Più di 70 aziende italiane operano con successo nel mercato internazionale, fornendo componentistica di altissima precisione. In questo contesto, Dodaro vede un ruolo fondamentale per le imprese artigiane e le PMI ad alta specializzazione meccanica, manifatturiera e impiantistica, che saranno indispensabili per la costruzione delle nuove filiere legate agli SMR/AMR. Per concretizzare questa prospettiva, serve un quadro regolatorio solido, informazione trasparente e un investimento significativo nella formazione di nuova forza lavoro qualificata.

Giulio Sapelli, presidente della Fondazione Germozzi, nel suo intervento, offre una prospettiva filosofica e valoriale, richiamando l’Enciclica di San Paolo VI Octogesima Adveniens. Sapelli sottolinea come la crisi climatica sia il frutto di un’azione umana protesa più al profitto che al benessere comune, in un contesto che l’uomo non padroneggia più. Critica il mondo regolatorio europeo per la sua inconsapevolezza storica nel comprendere i lunghi tempi delle transizioni energetiche, che non possono essere predeterminati ma devono basarsi sul principio di sussidiarietà. Sapelli invoca una “responsabilità di un destino diventato ormai comune” e vede nello spirito artigiano una risorsa preziosa per affrontare questi tempi difficili. La saggezza dell’agire artigiano — fatta di senso della misura, sussidiarietà, responsabilità personale e beni comuni come riferimenti ideali — rappresenta un modello di valore che le imprese portano con sé senza retorica ogni giorno, nel lavoro quotidiano.

Bruno Panieri, Direttore Politiche Economiche di Confartigianato, analizza il cambiamento climatico come un’occasione per ripensare l’economia e il senso della produzione. La crisi ambientale può diventare una straordinaria opportunità di ripensamento dei sistemi capitalistici, non per rinunciare allo sviluppo, ma per restituire un senso alla produzione, riportandola alla sua funzione originaria di creare condizioni per una vita dignitosa. Panieri sottolinea la necessità di superare la massimizzazione del profitto finanziario come unico criterio di successo, riconnettendo l’economia alla società. Citando la Dottrina sociale della Chiesa e l’enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV, invita a interpretare e orientare il cambiamento. Il cambiamento climatico è una nuova forma della questione sociale che richiede di ripensare il rapporto tra produzione e ambiente. Panieri esorta a superare la falsa alternativa tra crescita e tutela, domandandosi come produrre meglio, valorizzando la durata, l’efficienza e il recupero. In questa prospettiva, l’artigianato diventa un laboratorio di ecologia economica e sociale: il “saper fare”, la competenza e la cultura del “non spreco” insite nell’impresa artigiana sono antidoti all’economia dell’usa-e-getta. Il fine del mercato deve essere eticamente orientato alla soddisfazione dei bisogni umani, e l’artigianato, radicato nel territorio e basato sulla relazione, offre un modello per ricostruire la saldatura tra produzione e finalità sociale.

Un articolato panel svoltosi nell’ambito del Forum sulla Sostenibilità Confartigianato 2026, dal titolo “Il clima cambia la storia. L’energia decide il futuro”, ha esplorato le connessioni tra clima, geopolitica e industria. Moderato da Valentina Bagozzi, il panel ha visto la partecipazione del climatologo Vincenzo Levizzani e del giornalista Ferdinando Cotugno. Levizzani, partendo dal suo libro La storia del mondo in dieci tempeste, ha illustrato come i fenomeni atmosferici abbiano influenzato grandi eventi storici, dall’Impero romano a Waterloo, sottolineando l’importanza di riconoscere il ruolo delle condizioni naturali nelle vicende umane. Cotugno ha evidenziato come la dipendenza energetica sia una questione strategica urgente, citando la crisi dello Stretto di Hormuz come esempio della vulnerabilità del sistema internazionale e l’esposizione agli shock geopolitici. La transizione energetica, riducendo la dipendenza dai fossili, diventa uno strumento di autonomia strategica e sicurezza. Il panel ha anche analizzato la transizione come una rivoluzione industriale e una competizione internazionale sulle tecnologie, portando l’esempio della Cina. L’Europa e l’Italia devono decidere se essere protagoniste sviluppando tecnologie o importandole. Il panel ha concluso sottolineando il ruolo cruciale delle piccole e medie imprese nell’efficientamento e nell’adozione delle rinnovabili, anche attraverso strumenti come le comunità energetiche, e la necessità di governare il cambiamento con una visione di lungo periodo.

Paolo Manfredi, in un contributo focalizzato sul “mestiere che ripara”, utilizza la “teoria degli stivali” di Sam Vimes (da un romanzo di Terry Pratchett) per analizzare l’ingiustizia economica insita nella cultura del consumo rapido. Manfredi aggiunge alla teoria il personaggio del calzolaio, che risuola e prolunga la vita dei prodotti. In un Paese dove milioni di persone vivono in povertà assoluta, l’artigianato offre un contributo concreto alla sostenibilità attraverso pratiche popolari come riparare, ricucire, riadattare, dando nuova vita all’usato. Tuttavia, la qualità durevole viene troppo spesso venduta come un lusso, esponendo chi ha meno alla trappola di spendere poco ogni volta per spendere di più alla fine, continuando ad avere i piedi bagnati. La sfida è riportare al centro il volto quotidiano del mestiere, a condizione che gli oggetti siano fatti per essere riparati e che ripararli sia conveniente. Manfredi cita l’esperienza di Spazio 3R a Milano come esempio virtuoso. Ma per rendere la riparazione accessibile e conveniente serve un’azione politica decisa, come il bonus riparazioni introdotto in Francia. Manfredi conclude affermando che rendere la riparazione accessibile e pretendere prodotti riparabili sarebbe un atto rivoluzionario, capace di riavvicinare pratiche sostenibili e potere d’acquisto, rimescolando al centro della creazione di valore il lavoro e le competenze umane del mestiere, contro la disumanità di un sistema che misura tutto in rendimenti.

Sempre sul tema del clima e della competitività, un contributo curato da Matteo Rimini, Professional di TEHA Group, mette in evidenza come, di fronte a un conto sempre più salato, cominciare ad adattarsi sia diventata una scelta di mercato. Rimini analizza l’impatto economico del caldo sulle imprese italiane in termini di calo di produttività (una resa che scende del 12% a 34 gradi), stress idrico e calo delle vendite stagionali. Citando uno studio di TEHA e Allianz Research, emerge un potenziale scenario di perdita di PIL per l’Italia se si ripetessero le estati più calde dell’ultimo decennio. Manfredi sottolinea che le contromisure più efficaci sono spesso a basso costo e alla portata delle piccole imprese: turni estivi, ventilazione, meccanizzazione. Rimini introduce il concetto di “Transizione Competitiva”: un approccio strategico che orienta le imprese a ricercare soluzioni tecnologiche sul fronte ambientale che conciliano obiettivi di lungo periodo con la tutela della marginalità. È una scelta di business, dato che il consumatore considera la sostenibilità un requisito minimo. Rimini esorta a confrontare i costi dell’azione con quelli dell’inerzia e conclude suggerendo alle piccole imprese di partire dall’adozione delle tecnologie disponibili per bollette più basse e meno dipendenze, sfruttando alleanze e reti distrettuali.

Infine, il numero si arricchisce di un contributo narrativo e visionario firmato da Enrico Inferrera, imprenditore e scrittore. Con il titolo “Un futuro impossibile ma forse possibile”, Inferrera propone un racconto ambientato nel 2050. Attraverso un dialogo tra padre e figlio, dipinge uno scenario post-apocalittico in cui il mare è inquinato e nero, il livello delle acque si è innalzato cancellando le coste, e le persone sono costrette a vivere isolate e connesse solo olograficamente a causa di eventi climatici estremi e degli esiti di una devastante guerra chimica. La storia funge da potente monito contro l’inazione e l’incapacità dell’umanità di comprendere le conseguenze dell’inquinamento, ma chiude con uno spiraglio di speranza. La salvezza, nel racconto di Inferrera, è affidata alle nuove generazioni e alla loro capacità di imparare dagli errori del passato per costruire un presente basato sull’equità e sul rispetto, riscoprendo un’antica e nuova umanità.

Il nuovo numero di Spirito Artigiano Magazine si conferma un prezioso strumento per comprendere la complessità della transizione ecologica e per scoprire come il mondo dell’artigianato e delle piccole e medie imprese, con il suo patrimonio di competenze, responsabilità e legame con il territorio, possa essere non un semplice destinatario delle politiche climatiche, ma un motore di soluzioni concrete e di un nuovo modello di sviluppo sostenibile.


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