In vista un accordo per la riapertura di Hormuz. Il conto di oltre cento giorni di crisi
Dopo l’annuncio dato dal Primo Ministro del Pakistan, si delinea un accordo tra Stati Uniti e Iran che dovrebbe – il condizionale è d’obbligo dato che un accordo è già stato annunciato più volte – definire la cessazione delle operazioni militari e, nei successivi 30 giorni, le condizioni della riapertura dello stretto di Hormuz, che richiederà operazioni di sminamento a cui parteciperanno i paesi europei, tra cui l’Italia. Entro 60 giorni dovranno essere sciolti i nodi su nucleare, sanzioni e beni sequestrati.
Una piena applicazione dell’accordo allontanerebbe gli scenari più sfavorevoli che avrebbero fatto scivolare in recessione l’economia italiana. Ma la durata di oltre cento giorni della crisi dello Stretto di Hormuz ha già generato una mix velenoso di energia più cara, minori esportazioni e costo del credito crescente. I tempi della riapertura del traffico commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz saranno essenziali dopo mesi in cui sono state utilizzate le riserve di petrolio, scese sui livelli minimi.
La crisi del Golfo pesa sui processi di crescita. Le stime della BCE pubblicate giovedì scorso indicano per l’area dell’euro una crescita del PIL del +0,8% nel 2026 e del +1,2% nel 2027, con un ribasso rispetto alle previsioni di marzo. A giugno le previsioni sia dell’Ocse che di Banca d’Italia indicano una crescita per l’Italia dello 0,5% per il 2026 (che nel 2027 sale al +0,6% per Ocse mentre scende allo 0,4% per Banca d’Italia). La crescita dell’Italia nel biennio 2026-2027 è la più bassa tra le economie dell’Ocse.
Per l’Italia l’Ufficio parlamentare di bilancio lo scorso 10 giugno indica che nello scenario più probabile la crisi in Medio Oriente determina una minore crescita di 0,3 punti di PIL nel 2026 e di 0,4 punti nel 2027. La minore crescita è determinata da differenti impulsi recessivi che impattano sull’economia reale e le imprese, in primis il calo delle vendite del made in Italy nell’area interessata dal conflitto.
Una nostra recente analisi evidenzia che nei primi due mesi della crisi del Golfo le esportazioni in Medio Oriente sono scese di 1.586 milioni di euro rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, pari al 33,0% in meno.
L’analisi territoriale, che si riferisce al totale del primo trimestre 2026, mostra che le esportazioni italiane verso il Medio Oriente scendono del 17,7% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente. Tra le cinque maggiori regioni, che determinano l’81,0% delle vendite del made in Italy nell’area, il calo più ampio di registra per Veneto con l’export manifatturiero in Medio Oriente che nel primo trimestre del 2026 scende del 26,3% su base annua, seguito da Emilia-Romagna con -12,9%, Lombardia con -9,1% e Toscana con -3,0%. In controtendenza, il Piemonte segna un aumento del 14,5%, grazia alla spinta della vendita di aeromobili: al netto di questo settore l’export piemontese segna una flessione del 19,5%. Tra le dieci maggiori province esportatrici in Medio Oriente è diffusa la flessione delle vendite nell’area. Il calo più accentuato dell’export manifatturiero in Medio Oriente nel primo trimestre del 2026 si registra a Bergamo con -27,5% seguita da Vicenza con -25,9%, Modena con -19,1%, Bologna con -16,5%, Brescia con -16,2%, Milano con -15,5%, Cali più contenuti per Firenze con -6,5% e Arezzo con -2,4%, mentre sono in controtendenza Torino e Varese: entrambe nel primo trimestre 2026 più che raddoppiano l’export in Medio Oriente su base annua, una performance sostenuta dalle maggiori vendite di aeromobili.
La crisi di Hormuz sta determinando un impatto severo sul costo dell’energia, come evidenziato dall’analisi dell’Ufficio Studi pubblicata ieri su QE-Quotidiano Energia. In 108 giorni di crisi il prezzo medio del gas (IG Index GME al 16 giugno) è del 38,3% superiore alla media di febbraio, mentre il prezzo all’ingrosso dell’elettricità (PUN, sempre la media al 16 giugno) supera dell’11,3% i livelli precrisi. L’analisi dei dati della rilevazione del 15 giugno del prezzo settimanale dei carburanti pubblicata dal Mase evidenzia che in Italia il prezzo del gasolio auto alla pompa nella media delle quindici settimane di crisi supera del 19,1% la media di febbraio, mentre il prezzo industriale, al netto delle tasse, è del 56,4% superiore ai livelli pre crisi. Nella prima metà di giugno il prezzo del gas e dell’elettricità all’ingrosso salgono rispettivamente del 5,7% e del 5,9% rispetto alla media di maggio mentre il prezzo medio del gasolio al netto delle tasse nelle tre rilevazioni settimanali di giugno scende del 9,5% rispetto alla media di maggio. Nonostante questa attenuazione, il costo industriale del gasolio al 15 giugno rimane del 41,2% superiore alla media di febbraio.
Il quadro definitivo dei prezzi al consumo pubblicato ieri dall’Istat indica un tasso di inflazione che a maggio sale al 3,2%. Dopo trentacinque mesi, i prezzi dei beni energetici ritornano a crescere a doppia cifra (+11,9%, era +9,2% ad aprile). Si osserva una maggiore spinta dai prezzi per carburanti (+16,9%) mentre si rafforza la crescita dei prezzi di elettricità (+7,1%, con un+8,4% per il mercato libero) e del gas (+8,4%).
Nel bimestre marzo-aprile il valore dell’import di energia è salito del 41,8% sul bimestre precedente mentre la bolletta energetica è salita del 31,3% sul bimestre precedente, un aumento che non si registrava dall’estate del 2022 (+31,8% nel quarto bimestre del 2022), nel pieno della crisi del gas innescata dalla guerra in Ucraina.
La risalita dell’inflazione determinata dalla pressione dei costi energetici ha innescato un nuovo ciclo di politica monetaria restrittiva, che le imprese italiane affrontano senza aver ancora assorbito gli effetti di quello del 2022, come ha sottolineato Confartigianato giovedì scorso in occasione del rialzo dei tassi deciso dal Consiglio direttivo della BCE. Si delinea, infatti, un ulteriore inasprimento del costo del credito alle imprese che già ad aprile salgono al 3,65%, con un aumento di 16 punti base rispetto al 3,49% di marzo e risultando di 202 punti base superiore a quello del giugno 2022, precedente al primo rialzo dei tassi da parte della BCE per contrastare la fiammata inflazionistica conseguente all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Una nuova stretta monetaria mette a repentaglio la ripresa degli investimenti in macchinari che nel primo trimestre del 2026 si è rafforzata, segnando un aumento del 2,3% sul trimestre precedente e del +6,6% su base annua, accelerando il +3,1% dell’ultimo trimestre del 2025. Una frenata degli investimenti compromette la doppia transizione, digitale e green, che le imprese stanno affrontando e depotenzia la dinamica della produttività, con effetti negativi sulla crescita economica.
Export manifatturiero in Medio Oriente per regione
2026, ultimi dodici mesi a marzo, milioni di euro – Elaborazione Ufficio Studi Confartigianato su dati Istat
Trend dei prezzi beni energetici nel corso del 2026
gennaio-maggio 2026, var. % tendenziali – Elaborazione Ufficio Studi Confartigianato su dati Istat
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