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Economia e imprese nelle strettoie del Medio Oriente e delle politiche economiche. L’analisi su IlSussidiario.net

L’economia italiana entra nell’autunno con una crescita migliore delle attese, ma rimane stretta tra la pressione dell’inflazione energetica e una politica monetaria nuovamente restrittiva. Nel secondo trimestre del 2026 il PIL italiano è aumentato dell’1,0% su base annua e dello 0,2% rispetto ai primi tre mesi dell’anno, mentre il PIL reale pro capite cresce dell’1,2% rispetto a un anno prima, un ritmo superiore a quello della Francia (+0,5%) e allineato a quello della Germania (+1,2%) La crescita acquisita del PIL italiano per il 2026 è dello 0,8%. Si conferma per l’economia italiana il maggiore dinamismo nell’arco degli ultimi cinque anni, caratterizzati da una elevata turbolenza, in cui il PIL pro capite in Italia cumula una crescita dell’11,0%, a fronte del +7,2% della Francia e del più contenuto +1,2% della Germania (qui i grafici del trend di breve e lungo periodo).

L’analisi delle ultime tendenze della crescita e della congiuntura in Italia è proposta nell’articolo ‘Italia, la trappola di energia e tassi – L’economia tiene, ma due strettoie possono bloccare gli investimenti’ a firma di Enrico Quintavalle, responsabile dell’Ufficio Studi di Confartigianato, pubblicato su il Sussidiario.net.

Un segnale positivo arriva anche dalle previsioni dell’OCSE diffuse il 23 settembre. La crescita del PIL italiano è stimata allo 0,9% nel 2026, in linea con l’area dell’euro (+1,0%) e migliore del +0,4% della Francia. La revisione al rialzo di 0,4 punti rispetto alle previsioni di giugno conferma una resilienza dell’economia superiore alle attese formulate nella fase più acuta dello shock energetico.

La spinta dei prezzi dell’energia, alimentata dal conflitto in Medio Oriente, si inserisce in una fase in cui l’economia reale mostra segnali di resilienza, pur in presenza di indicatori congiunturali che non prefigurano una robusta espansione. Nei primi sette mesi del 2026 la produzione manifatturiera cresce dello 0,3% su base annua e l’export in volume dello 0,4%, mentre il fatturato in volume nei servizi aumenta dello 0,4%. Segnali positivi arrivano anche dall’edilizia, dai consumi, dal mercato del lavoro e dal turismo. Nei primi sette mesi la produzione nelle costruzioni cresce dell’1,3% su base annua. Nel secondo trimestre 2026 la spesa delle famiglie aumenta dell’1,3%, sostenuta anche dall’espansione dell’occupazione: a luglio 2026 gli occupati sono 307 mila in più rispetto a un anno prima, grazie soprattutto ai 303 mila dipendenti permanenti aggiuntivi. Secondo i recenti dati del Ministero del Turismo nel trimestre estivo giugno-agosto 2026 le presenze turistiche aumentano del 2% su base annua, con uno spunto del +4,2% ad agosto.

Per reagire alle pressioni inflazionistiche generate dal conflitto mediorientale, la BCE ha disposto un secondo rialzo di 25 punti base dei tassi di riferimento, che è destinato ad esercitare ulteriori pressioni al rialzo del costo del credito alle imprese che già a luglio risulta in salita, arrivando al 3,86%, con un aumento di 37 punti base rispetto al 3,49% di marzo e risultando di 223 punti base superiore a quello del giugno 2022. La nuova stretta arriva mentre nel secondo trimestre gli investimenti in macchinari sono scesi del 2,3% rispetto al trimestre precedente, decelerando la crescita su base annua (+1,2%, era +6,4% del primo trimestre del 2026).  La frenata degli investimenti rischia di rallentare la doppia transizione, digitale e green, e di indebolire la dinamica della produttività. Una recente indagine dalla BCE evidenzia che più di una impresa su quattro ha indicato l’accelerazione degli investimenti nell’efficienza energetica come strategia di risposta alla guerra del Golfo.

A complicare lo scenario interviene la pressione dei prezzi dell’energia. Ad agosto l’inflazione italiana è salita al 3,3%, dal 2,9% di luglio, mentre i prezzi al consumo dei beni energetici hanno accelerato dall’11,6% al 17,1%, il tasso di inflazione energetica più elevato degli ultimi 42 mesi. Nel corso della crisi del Golfo, sui mercati all’ingrosso (qui i grafici) il prezzo del gas (IG index GME) è risultato mediamente superiore del 58,9% rispetto a febbraio, il prezzo dell’elettricità (PUN index GME) del 31,8% e quello del gasolio al netto della fiscalità del 55,1%. Nell’ultimo mese si confermano vistosi segnali di tensione. A settembre (media al 28/9) il costo del gas supera del 22,8% la media di agosto, il prezzo all’ingrosso dell’elettricità del 15,5% mentre la media delle rilevazioni di settembre del prezzo industriale del gasolio segna un aumento del 6,1% rispetto ad agosto.

Ulteriori nubi si addensano sull’orizzonte dei mercati energetici. Bassi stoccaggi europei di gas rendono più sensibile il mercato alle temperature invernali, alla competizione asiatica per il GNL e al calo delle forniture dal Qatar e dagli altri produttori del Golfo. Le strozzature nella raffinazione e la riduzione dell’offerta di diesel possono mantenere elevata e volatile l’inflazione energetica. Secondo la rilevazione di Gas Infrastructure Europe gli stoccaggi dell’UE risultano pieni per circa il 71% (Italia all’87%), nettamente al di sotto della media stagionale del precedente quadriennio, pari al 90%. Secondo l’ultimo Oil Market Report dell’IEA, ad agosto le esportazioni nette di gasolio dal Golfo e dalla Russia risultavano inferiori di 1,6 milioni di barili al giorno rispetto a febbraio. La carenza di prodotti raffinati in Europa potrebbe acuirsi nell’ipotesi di un razionamento dell’export da parte degli Stati Uniti, un’ipotesi entrata nel dibattito politico statunitense nelle ultime settimane. L’Unione europea nel 2026 (ultimi dodici mesi a luglio) ha importato dagli Stati Uniti prodotti raffinati dal petrolio per 14,3 miliardi di euro.

La vulnerabilità energetica si intreccia sempre più con quella delle rotte commerciali. Alla persistente crisi dello Stretto di Hormuz si è aggiunta nelle ultime settimane una forte escalation delle tensioni all’altro imbocco strategico della regione, lo stretto di Bab el-Mandeb. Nei primi sei mesi della guerra del Golfo (marzo-agosto) il blocco dello stretto di Hormuz ha determinato una perdita di 2 miliardi di euro (-14,2%) su base annua delle esportazioni in Medio Oriente (qui il grafico del trend mensile del made in Italy in Medio Oriente)

Per l’Italia il perimetro economico esposto alle crisi degli stretti è ampio. L’interscambio trasportato via mare con Medio Oriente, Asia centro orientale e Oceania vale 123,9 miliardi di euro, di cui 80,4 miliardi di importazioni e 43,5 miliardi di esportazioni: equivale al 39,4% dell’intero commercio italiano effettuato via nave e al 9,8% dell’interscambio complessivo con il mondo.

La stretta monetaria in corso si associa ad una politica fiscale che si deve mantenere prudente.

Con la conferma da parte dell’Istat del rapporto deficit/PIL al 3,1% nel 2025, la prossima manovra dovrà mantenere la rotta del risanamento. Un ulteriore aumento della spesa per interessi, alimentato dal rialzo dei tassi, restringerebbe gli spazi per interventi espansivi nella prossima legge di bilancio. La politica fiscale deve inoltre prepararsi al progressivo esaurimento dell’impulso del PNRR sugli investimenti pubblici. Le tendenze della finanza pubblica sono attese nel Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) che dovrebbe essere varato nei prossimi giorni.

Il rischio è dunque quello di un incrocio tra due strettoie. Quella geografica passa per Hormuz e Bab el-Mandeb mentre quella economica passa per l’alto costo del denaro e per gli spazi limitati del bilancio pubblico. L’Italia arriva a questo passaggio con una crescita migliore rispetto alle attese, ma lo shock energetico può compromettere la propensione ad investire delle imprese proprio quando digitalizzazione, intelligenza artificiale ed efficientamento energetico rendono più urgente l’accumulazione di capitale. In questa prospettiva, difendere gli investimenti delle imprese dalla combinazione tra caro-energia e caro-credito è uno dei nodi centrali della politica economica dell’autunno.

Elaborazioni Ufficio Studi Confartigianato su dati BCE, Eurostat, GIE, GME, IEA, Istat, Mase, MiTur e Ocse

 

 

 

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